Nei primi anni del secolo scorso, a New York, c’è un tizio strambo che va al lavoro in canoa. La mattina presto lo si vede pagaiare lungo l’East River per raggiungere il City Hospital su Blackwell’s Island. La sera torna a casa con la canoa in spalla.
Ma non è un matto, anzi, è un uomo rispettabilissimo. Discende dall’antica famiglia Livingston ed è un medico benestante. Vive a Manhattan con sua moglie, Susie Gage Frost, e i loro due figli, Langley e Homer. Si chiama Collyer: dottor Herman Collyer.

Nel 1909 la famiglia Collyer lascia Manhattan per trasferirsi ad Harlem.
In quel momento Harlem non è ancora il quartiere degli afro-americani, è anzi una zona residenziale per i bianchi, preferito a Manhattan dalle famiglie altolocate.
I quattro vivono quindi una vita apparentemente tranquilla, almeno fino alla Grande Depressione del 1929, quando il dottor Herman abbandona la famiglia senza nessuna spiegazione.

I suoi figli, Homer e Langley, restano con la madre, anche se col passare del tempo la famiglia viene additata come una specie di anomalia del quartiere. Perché Harlem, nel frattempo, diventa il centro del movimento culturale nero, il  cosiddetto rinascimento di Harlem.
Homer e Langley ereditano la casa nel 1929, alla morte della madre. E, una volta rimasti soli, sono già famosi come un fenomeno anacronistico.
Che ci fanno due ricchi bianchi qui?, si chiedono tutti.
Chi sono questi Homer e Langley?

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Harlem durante la cosiddetta rinascita

In realtà, si tratta di due ragazzi molto dotati.
Langley è un ingegnere che inventa e brevetta strani marchingegni. Homer è laureato in diritto nautico, ma è soprattutto un eccellente pianista che si esibisce al Carnegie Hall.
Entrambi hanno caratteristiche del genio. Si sono laureati a pieni voti alla Columbia University senza di fatto mai frequentare i corsi. E sono strani, molto colti, molto stravaganti.
Langley brevetta complicate invenzioni apparentemente inutili – tra cui un apparecchio per aspirare l’aria all’interno dei pianoforti – che nessuno gli compra.
Homer, da parte sua, si presenta ai concerti con capelli lunghissimi e molto curati, decisamente strampalati per un uomo dell’epoca, anche se musicista.
E poi ad Harlem sono sempre più fuori posto.
I ragazzini del quartiere lanciano sassi contro le loro finestre e i tentativi di furto nella loro casa sono adesso decisamente frequenti.

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La casa dei Collyer

Stanchi di essere perseguitati, all’inizio degli anni Trenta Langley e Homer sbarrano le finestre di casa.
Langley, l’ingegnere, costruisce anche una serie di trappole antifurto, alcune delle quali mortali, almeno secondo le voci che circolano tra i ragazzini di Harlem.

Poi Homer si ammala.
Prima è colpito da un disturbo reumatico che lo rende zoppo, poi un’emorragia alla parte interna del bulbo oculare gli fa perdere la vista.
Eppure i due non richiedono assistenza medica.

Rimasto senza impegni esterni, Langley smette anche di brevettare le sue invenzioni.
Ora esce di casa solo per procurarsi il cibo. Percorre anche decine di chilometri a piedi per raggiungere un mercato diverso ogni giorno.
A volte lo si vede rovistare nei cassonetti. Raccoglie oggetti che potrebbero servigli per le sue invenzioni, ma anche scarti di fruttivendoli e macellai.
Nessuno li aiuta, né loro pensano di averne bisogno. Langley studia, riflette, inventa in continuazione soluzioni. Non ha bisogno di nessuno, si dice. Non abbiamo bisogno di nessuno, ripete al fratello, e mette a punto anche uno strano rimedio per guarirlo dalla cecità: una dieta di cento arance a settimana.

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Homer e Langley Collyer

Nel 1938, un agente immobiliare bussa alla loro porta. Ha l’intenzione di offrire 125.000 dollari per acquistare la casa, ma prima ancora che riesca a parlare Langley lo prende a spintoni e urla, lo minaccia di morte.
Interviene la polizia, accorrono anche alcuni giornalisti. Nei giorni seguenti, sul New York Times appare una piccola inchiesta su questa strana coppia, basata sulle voci che circolano ad Harlem.
C’è chi sostiene che i due vivano in una opulenza sfrenata, circondati da oggetti di grande valore, dormendo su letti di banconote, mucchi di soldi che avrebbero paura di depositare in banca e che, quindi, impilano fino a farne anche sedie.

Nel 1942 salta fuori che il mutuo della casa non è stato pagato. La Bowery Savings Bank inizia la procedura di sfratto, non ottiene nessuna reazione.
Alla fine dell’anno una squadra per lo sgombero fa irruzione dalla porta principale.
Langley appare sulla soglia, una mano tesa a bloccare gli invasori, sfila dalla tasca un blocchetto e stacca un assegno di 6.700 dollari (pari a quasi 100.000 dollari attuali), con il quale estingue il mutuo in un singolo pagamento, dopodiché manda tutti fuori: polizia, impiegati della banca, giornalisti e curiosi, per sparire quasi definitivamente dalla vista di tutti.

Ora lo si vede solo occasionalmente e solo di notte, quando va a denunciare nuovi tentativi di effrazione oppure a procurarsi il cibo e a raccogliere altri oggetti per strada.
Passano così altri cinque anni.

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Il 21 marzo del 1947 arriva una telefonata anonima al 122º distretto di Polizia di New York. L’informatore dice che c’è un cadavere nella casa dei fratelli.
Una pattuglia di due agenti viene inviata sul posto, ma appena raggiunta l’abitazione non sa bene cosa fare: sulla porta non c’è citofono né batacchio, e i proprietari non hanno telefono: non sembra esserci modo di procedere al controllo. I poliziotti sono costretti a chiedere rinforzi.
Una squadra di emergenza di sette elementi raggiunge la casa. Si prova a chiamare a gran voce i fratelli, senza risultato. Si decide quindi di buttare giù la porta.
Quello che i poliziotti trovano oltre la porta li lascia di stucco.

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Una parete di spazzatura.
Un vero e proprio muro, composto da rifiuti stipati, compatto, invalicabile e alto fino al soffitto.
Oggetti e carta incastrati, impilati, fino a creare una massa unica, attraversata da stretti cunicoli dentro cui si può solo strisciare come topi.

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Gli agenti cominciano a tirar fuori tutto, per riuscire a farsi strada all’interno.
Trasportano in giardino vecchi giornali, reti da materasso, sedie, parti di macchine da cucire, di motori d’automobile, di elettrodomestici fatti a pezzi, un torchio da vino, biciclette arrugginite, carrozzine da neonato, innumerevoli scatole tenute insieme da corde e nastri.
L’agente William Barker è costretto a uscire da una finestra e camminare sul cornicione per raggiungere una camera da letto secondaria, dentro la quale si trova una nuova marea di roba: altri pacchi e pile di giornali, un rastrello, vecchi ombrelli legati assieme, parti di automobili, stoviglie, mobilio distrutto.
La casa, tutta la casa è letteralmente piena come un uovo, anzi, come un labirinto di cunicoli composto da cianfrusaglie ammassate e spazzatura, attraverso la quale i fratelli si muovevano al buio per passaggi e saliscendi intricati.

Dopo ben due ore di ricerche, l’agente trova Homer Collyer morto.
È su una sedia, in posizione accucciata, la testa tra le ginocchia, i capelli lunghi fino alle spalle. Indossa un accappatoio blu e bianco.
Secondo l’assistente anatomopatologo Arthur C. Allen, è morto da circa dieci ore, ucciso da malnutrizione e disidratazione.
Invece Langley è sparito. Gli investigatori ipotizzano che sia lui l’autore della telefonata anonima al distretto e che ora possa essere fuggito chissà dove.

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Si comincia a svuotare la casa.
Le cose di maggior valore vengono conservate, il resto è portato via dal dipartimento di igiene. Il lavoro durerà settimane. Tra gli oggetti vengono rinvenute anche armi e munizioni.
E di Langley nessuna traccia.

Il 30 marzo una soffiata alla polizia lo colloca su un autobus diretto ad Atlantic City.
Parte una caccia all’uomo sulle coste del New Jersey, ma appena due giorni dopo si scopre che la soffiata era inattendibile.
La polizia continua quindi a cercare indizi su Langley nella casa, ma è il proverbiale ago nel pagliaio: vengono catalogati più di 25.000 libri, centinaia di elenchi telefonici vecchi e zeppi di appunti indecifrabili, pile e pile interminabili di giornali.
Insieme a oggetti più comuni, ci sono anche: la mascella di un cavallo, la capote di un calesse, alcuni manichini, busti in gesso, organi umani sotto formalina, 8 gatti vivi, 14 pianoforti, un clavicordo, 2 organi a canne, alcuni banjo, violini, corni da caccia, una primordiale macchina per i raggi X. Alla fine verranno calcolate, per la precisione, 103 tonnellate di roba.
Nei giorni seguenti si alimenta quindi una leggenda su Langley Collyer: il fratello è un genio, si dice, sparito chissà dove e con chissà quali piani segreti.

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Poi, l’8 aprile, un operaio di nome Artie Matthews lo trova.
Lo si era cercato in New Jersey, si era fatta circolare la sua foto per tutto lo stato, si era pensato che potesse essere ovunque a fare qualunque cosa.
E invece era lì. Era sempre stato lì.
Quando lo trovano è in decomposizione, divorato dai topi, coperto da una valigia e tre grosse pile di giornali. A non più di tre metri dal fratello.

Gli investigatori ricostruiranno la scena con una certa precisione.
Una trappola: Langley era rimasto schiacciato da una delle sue trappole, mentre stava portando da mangiare al fratello ormai paralizzato.
Si era infilato in uno dei tunnel nella spazzatura ed era stato travolto da una valanga.

Rimasto solo, a un passo da lui, Homer era morto di fame pochi giorni dopo.
Così finiva il mistero dei fratelli Collyer.

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Alcuni tra gli aggeggi più strani rinvenuti nella casa furono per anni oggetto di attenzione morbosa, esposti in museo e venduti all’asta. La sedia su cui Homer Collyer era morto ebbe fama di oggetto maledetto, comprata e rivenduta da diversi collezionisti privati, a loro dire perseguitati dal destino finché erano in suo possesso. Oggi è proprietà di un’anziana collezionista eccentrica, una certa Babette Bombshell di Orlando.
Nel 2009 E. L. Doctorow ha tratto da questa storia il romanzo Homer & Langley, edito in Italia da Mondadori.
Al posto della casa dei Collyer, demolita e dal 1962, si trova oggi un piccolo parco: il Collyer Brothers Park.

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Il disturbo da cui erano affetti i fratelli è detto disposofobia, ma oggi è noto anche come Sindrome di Collyer.
Quelli che ne sono affetti sono detti hoarders, accumulatori seriali, ed esistono ovunque. Ma i Collyer sono stati i primi, a quanto ne sappiamo.

La Sindrome di Collyer è un disturbo considerato tipico della nostra epoca, per alcuni quasi il simbolo stesso dei pericoli della cultura occidentale.

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