Più di un secolo fa, all’inizio del Novecento, la scienza ha davvero cambiato il mondo. Grandi rivoluzioni del sapere si sono succedute una dietro l’altra e sono riuscite a modificare la realtà nell’unico modo possibile: spostando il punto di vista sulle cose.

In quegli anni, le teorie di Einstein e Freud – arrivate pochi decenni dopo quelle di Darwin – erano asce che abbattevano una serie di convinzioni sulla percezione della nostra stessa natura di esseri viventi. In parallelo, le innovazioni tecnologiche facevano il resto, con l’invenzione del cinema e di nuovi incredibili mezzi di locomozione e strumenti di comunicazione.

C’era insomma grande fermento e, in questo clima di sconvolgimenti, era molto facile che gli scienziati ipotizzassero scenari prima impensati, con interventi sulla materia e sulla vita stessa che oggi possono ancora sembrarci operazioni da horror fantascientifico.
Ma è così che va il mondo: la mente di uno scienziato si muove oltre l’etica e la morale, proprio come quella del dottor Frankenstein ideato da Mary Shelley un secolo prima dei fatti che sto per raccontarvi.
Perché la storia che segue non è nata dalla fantasia di uno scrittore, ma attuata di fatto da uno dei più interessanti scienziati di quel tempo, un russo di nome Ivanov.

Il’ja Ivanovič Ivanov diventa professore ordinario di biologia all’Università di Kharkov nel 1907. Possiamo facilmente immaginarlo come un personaggio della grande letteratura russa, con la sua barbetta rada e bianca, immerso in uno studio polveroso, avvolto in cappotti logori mentre sorseggia del tè bollente e parlotta tra sé come un matto.
Non è un uomo schivo, anzi: fosse nato in un’altra epoca, Dostoevskij lo avrebbe descritto come «un tipico spirito irruento della nostra grande Russia». Il suo cervello viaggia a velocità diverse, le sue gambe si muovono scattanti per la città, salgono su treni che lo portano in giro, a parlare infervorato con illustri colleghi e possibili finanziatori del suo progetto folle.

Perché Ivanov vuole creare un mostro. Vuole essere lui, il Frankenstein della «nostra grande Russia».
È già stato un pioniere nell’uso della tecnica dell’inseminazione artificiale, con la quale ha ottenuto vari ibridi interspecifici. Ha incrociato la zebra con l’asino, la mucca con il bisonte e con l’antilope, il coniglio con la cavia di Guinea e con la lepre.
Sì, Ivanov ha dato vita a nuove specie di animali domestici, con importanti ripercussioni sulla zootecnia dell’Unione Sovietica. Ma adesso intende fare il passo definitivo.

Per oltre dieci anni cerca l’appoggio del governo sovietico al suo progetto, invia lettere a burocrati e colleghi, li incontra, li spaventa. Ma non tutti. Riesce a convincere sia il direttore dell’Istituto Pasteur di Parigi che un certo Nikolaj Petrovič Gorbunov, il titolare del Dipartimento delle Istituzioni scientifiche in Russia. Dal primo ottiene nel 1924 il permesso di compiere esperimenti nella stazione primatologica di Kindia, nella Guinea Francese; grazie al secondo riceve invece nel 1925 un finanziamento dall’Accademia delle Scienze dell’URSS.

Nel marzo del 1926 Ivanov raggiunge quindi il laboratorio di Kindia. È elettrizzato, inizia a lavorare ai suoi appunti e incarica i collaboratori di avviare le procedure. Ma i collaboratori gli danno presto una brutta notizia.
Il territorio non ha quel che gli serve.
E quel che gli serve sono degli scimpanzé sessualmente maturi.

Ivanov batte il pugno sulla sua scrivania. Inizia a spedire lettere a chiunque. Poi parte per la Francia.
Discute, scrive altre lettere. C’è chi lo guarda come si fa con i folli. Probabilmente ha gli occhi spiritati, mulina le braccia. Riesce comunque ad accordarsi con il direttore dell’Istituto Pasteur per spostare gli esperimenti nell’orto botanico di Conakry, dove è certo di riuscire ad avere gli animali che gli servono.

A Conakry, dal novembre del 1926 al febbraio del 1927, Ivanov e suo figlio organizzano la cattura di decine di scimmie adulte.
Gli animali vengono presi con delle grosse reti, ingabbiati e trasportati nell’orto botanico.
Qui, finalmente, un giorno di febbraio, Ivanov lo fa per davvero.

No, non è un film di fantascienza e non è una teoria dei complottisti.
Un giorno di febbraio del 1927 Ivanov inocula per davvero dello sperma umano in due femmine di scimpanzé.

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Durante le prime settimane Ivanov e suo figlio fremono. Aspettano e immaginano. Stanno incrociando esseri umani e animali. Stanno per creare i primi uomini-scimmia della storia.
L’orrore che potrebbe nascere non ha un nome, né abbiamo idea dell’aspetto e delle capacità che potrebbe rivelare. Ma è un esperimento serio, finanziato da politici e scienziati di alto profilo.

Solo che poi, a giugno, gli esami dicono che qualcosa non va: l’esperimento sembra fallito.
Lo scienziato batte ancora una volta il pugno sulla scrivania e una settimana dopo insemina una terza femmina di scimmia, questa volta un orango.
Poi, quando è ormai luglio, lascia la Guinea portandosi dietro i tre esemplari inseminati insieme a una decina di altri animali.

Le scimmie oggetto della sperimentazione muoiono appena arrivate in Francia.
Dai documenti che possediamo sappiamo soltanto che l’autopsia sulla terza femmina rivela senza dubbio l’insuccesso dell’inseminazione.
È allora che Ivanov decide di passare alla fase successiva.

Si sposta a Sukhumi, dove fa nascere una nuova stazione primatologica. E qui, di nuovo nella sua Unione Sovietica, ottiene il permesso che non gli era stato accordato in Guinea.

Il permesso di inseminare delle donne con sperma di scimmia.

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Gli ci sono voluti quasi due anni per ottenere il sostegno della Società dei biologi materialisti, un gruppo associato all’Accademia comunista, ma lo ha ottenuto eccome.
E chi ci sia dietro a queste concessioni è chiaro.
È il governo stesso a volere che gli esperimenti continuino. E il governo, qui e ora, vuol dire Stalin.

La storia racconterà che Stalin in persona aveva intenzione di creare un esercito di uomini-scimmia. Ed è vero, verissimo: uno degli scopi degli esperimenti era la creazione in laboratorio di schiere di soldati mostruosi, ibridi più resistenti, più forti degli umani, più feroci e più obbedienti.
Da parte nostra, vi abbiamo già raccontato la storia vera di una scimmia soldato, che convaliderebbe l’idea che un primate possa essere un soldato più che efficiente.
Ma questa non è una storia di esperimenti bellici segreti. Non soltanto.
La verità è che, per quanto in segreto, in questo momento storico né Ivanov né Stalin sono visti come dei pazzi, almeno non dagli scienziati.
Per quanto gli esperimenti non siano resi noti all’uomo comune, che non ne accetterebbe la portata, tutto il mondo scientifico è in ascolto, da oriente a occidente, pronto ad accettare la mostruosità.

Perché qui non si tratta soltanto di avere a disposizione dei soldati perfetti, più forti o più docili di quelli umani. Si tratta di scardinare le regole alla base della certezza che separa il mondo animale e quello umano.
Ivanov non è affatto pazzo, come molti lo dipingeranno in seguito. Il suo punto di vista è lo stesso di ogni scienziato dell’epoca, e ha ormai pieno sostegno politico ed economico.
Anche perché le ripercussioni sarebbero violentissime sul piano filosofico, sociale e politico: se si riuscisse a creare questo mostro, il positivismo batterà le religioni e l’ideologia russa si dimostrerà vincente.

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Nella primavera del 1929, la Società dei biologi materialisti crea una commissione che pianifica gli esperimenti a Sukhumi. E così la cosa diventa ancora più grossa, troppo grossa e importante per restare sotto il controllo del solo Ivanov.
Quello che si sta cercando di fare è più grande di lui, ben più importante delle piccole aspirazioni di uno scienziato solo.
Per cui, negli anni a seguire, Ivanov diventerà un personaggio ancora più tipico: quello che ha il ruolo della mente geniale sfruttata e poi messa da parte da poteri più forti.
Da questo momento in poi, il nostro Ivanov prenderà a pugni la sua scrivania come mai prima.

Il governo decide di reclutare cinque donne volontarie per il progetto. Se ne presenta una, che arriva dalla provincia più remota dell’impero, timida, la testa bassa, le mani sulla veste sdrucita. Ma è una volontaria ed è una soltanto. E quel che è peggio, arriva tardi, in giugno, quando l’unico esemplare maschio di scimmia rimasto, un orango, è appena morto.
Ivanov batte il pugno sulla scrivania: un nuovo gruppo di scimmie non potrà arrivare prima dell’estate del 1930. E, per allora, lo scienziato sa bene che il governo riuscirà a fargli perdere il controllo dell’operazione.

Difatti lo scienziato conosce il fermento intellettuale che circonda i suoi esperimenti.
In questi anni si teorizza da più parti il concetto di Uomo Nuovo, una sorta di evoluzione umana e politica che darebbe vita a nuovi esseri «poco sensibili al dolore, resistenti e indifferenti alla qualità del cibo».
Il 1925 è l’anno in cui Michail Bulgakov pubblica Cuore di cane, la celebre novella morale che di fatto intendeva parodiare il nuovo regime sovietico, impegnato a sperimentare appunto la possibilità di creare una società di esseri evoluti.
Così come nel 1932 uscirà Il mondo nuovo (Brave New World) di Aldous Huxley, un romanzo di fantascienza che anticipa temi quali l’eugenetica e il controllo mentale, usati per forgiare un nuovo modello di società.
Sì: la cosa va ben oltre Ivanov.

È in questo clima culturale che, nel 1930, il governo sovietico invia un nuovo gruppo di scienziati a proseguire gli esperimenti di Sukhumi.
E, per meglio controllare i lavori, Ivanov viene licenziato all’istante. Non importa quanti pugni riesca a tirare sulla scrivania di chiunque, il 13 dicembre viene proprio arrestato dall’Nkvd in qualità di “complice della borghesia capitalista”, implicato in una non meglio specificata “attività antisovietica”.

Finisce in un gulag nel Kazakhistan, condannato a un esilio di cinque anni, dove muore meno di due anni dopo, il 20 marzo del 1932, stroncato da un colpo apoplettico.
E così termina la sua parabola.

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Quello che Ivanov non ebbe mai modo di sapere è che i suoi esperimenti, così come quelli che seguirono, erano comunque destinati al fallimento, dal momento che gli studiosi dell’epoca non erano a conoscenza della differenza di mappa cromosomica tra le specie.

Ma resta il fatto che, secondo alcune fonti, la struttura di Sukhumi avrebbe continuato non solo a lavorare al progetto per anni, ma anche a creare in laboratorio, fino all’epoca moderna, scimmie destinate ai primi viaggi spaziali, sotto la supervisione – si dice – del Prof. Boris Lapin.

Quanto a Ivanov, la sua storia sarebbe stata consegnata all’oblio, se gli archivi che registrarono gli esperimenti segreti non fossero stati resi pubblici durante la Perestrojka.

Invece la Storia lo ricorderà come una specie di scienziato pazzo perfetto.
Ma nonostante questo, e nonostante il fatto che fosse morto da esule e che i suoi tentativi erano falliti, il suo nome fu comunque immediatamente riabilitato, tanto che a scrivere la sua commemorazione accademica fu uno dei più grandi scienziati russi di ogni epoca: lo scopritore del riflesso condizionato e premio Nobel Ivan Pavlov.

Da allora, lo scienziato russo Il’ja Ivanovič Ivanov – che in effetti sembra oggi un personaggio uscito direttamente dalla penna di H.G. Welles – ha comunque ottenuto il primato di aver ispirato una straordinaria quantità di trame e personaggi diversi, in svariate opere di fantasia.

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