Adesso parliamo, io e voi, parliamo della paura.
Mettetevi comodi, evitate la penombra e fate un bel respiro, perché quello che segue è un classico racconto dell’orrore, classico al punto da possedere tutte le caratteristiche di una leggenda spaventosa, proprio come quelle che si condividono nelle serate d’inverno tra ragazzi, o che circolano da sempre tra gli abitanti di determinate zone.
Solo che questa, per quanto possa non sembrarlo, è proprio una storia vera.

Prima è perciò doverosa una premessa.
Tutto ciò che leggerete in questo resoconto è documentato e riportato senza invenzioni da parte mia – come del resto ogni articolo che trovate in Archivio Roncacci.
Scrivo anzi coltivando il dubbio che dovrebbe avere chiunque e, se mi permettete, ne approfitto per invitarvi a rendere anche voi il giusto merito all’esercizio del dubbio.
Applicate la logica, per quanto possibile, ma mettete da parte la tentazione di trovare spiegazioni semplici (non ce ne sono) e seguitemi nel bosco, almeno fino a quando non avrete appreso per bene i fatti accertati.

Siete pronti?
Allora partiamo.

Immaginate l’oblast’ di Sverdlovsk: una regione a est degli Urali, che scende verso il Bassopiano Siberiano Occidentale, un posto dove, di notte, la temperatura va sotto lo zero di oltre 30 gradi.
Siamo nel 1959. Un gruppo di escursionisti è diretto qui per un’esplorazione con gli sci di fondo. Sono otto ragazzi e due ragazze, perlopiù studenti dell’allora Istituto Politecnico degli Urali.

Il clima tra loro è quello della gita tra giovani. Non è difficile immaginarli affrontare la sfida con il tipico spirito vivace della loro età, ignari di cosa affronteranno, proprio come accade all’inizio di molti film horror.
E la similitudine è decisamente appropriata, perché – diciamolo subito – se questa storia fosse un film, sarebbe un mockumentary fin troppo simile a The Blair Witch Project.

Il gruppo arriva il 25 gennaio in treno a Ivdel’, una cittadina nella parte settentrionale della oblast’ di Sverdlovsk. A bordo di un camion raggiungono quindi Vižaj, l’ultimo insediamento abitato, e il 27 gennaio si mettono in marcia verso l’Otorten.
Sono ragazzi in gamba, alcuni più di altri, ma nessuno di loro è alle prime armi con la montagna. Conoscono i pericoli, sono attrezzati e allenati.
Il giorno seguente uno di loro, Jurij Judin, si sente un po’ male e, ben sapendo di non poter affrontare il viaggio se non al massimo della forma fisica, torna indietro.

A procedere sono quindi in nove. Alla guida c’è un certo Igor Djatlov.
Il 31 gennaio raggiungono un altopiano e iniziano a prepararsi per la salita. Qui sistemano parte dei viveri e l’equipaggiamento che servirà per il viaggio di ritorno, in modo da proseguire con minor peso sulle spalle. Il 1º febbraio cominciano a percorrere il passo chiamato oggi proprio Djatlov, dal nome del capo di quella spedizione.

Igor Djatlov vuole accamparsi dall’altro lato, ma è in arrivo di una tempesta e, con il maltempo, la visibilità si riduce. Così il gruppo devia verso la cima del Cholatčachl’.
Verso sera, i ragazzi capiscono di non poter proseguire e decidono di accamparsi sul monte.

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Cholatčachl’, tradotto letteralmente, significa “montagna morta”, ma se cercate notizie in giro scoprirete che viene spesso tradotto come “Montagna dei Morti” o “Montagna della Morte”, per via di alcune antiche e raccapriccianti leggende locali.
In realtà pare che il nome derivi solo dal fatto che la montagna sia priva di cacciagione. La traduzione letterale potrebbe quindi essere semplicemente “montagna senza vita animale”.
Sta di fatto che gli indigeni la ritengono maledetta. E per questo evitano rigorosamente di andarci.

I nostri ragazzi, accampati sulla montagna ritenuta maledetta, molto probabilmente iniziano a scherzare sul nome del posto e sulle sue leggende.
È facile immaginarli intorno a un fuoco, mentre si raccontano le storie dell’orrore che circolano su questi luoghi. E di certo non possono non sottolineare che anche loro sono esattamente in nove, proprio come i nove cacciatori di un famoso racconto popolare, morti qui in circostanze oscure.

Sì, perché la più nota delle leggende su questa zona parla di nove uomini che in tempi remoti, durante una battuta caccia, avrebbero pernottato sul Cholatčachl’ e il mattino dopo sarebbero stati trovati tutti morti, uccisi da qualcosa di spaventoso.
Quasi certamente i nove studenti passano la sera a scherzarci su, per sbeffeggiare ed esorcizzare la paura, ridendo del fatto che l’indomani mattina potrebbero essere morti anche loro.
È la sera del 1° febbraio 1959.
La mattina dopo saranno tutti cadaveri.

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La spedizione dovrebbe rientrare a Vižaj il 12 febbraio. Una volta arrivati, i ragazzi dovrebbero telegrafare alla loro associazione sportiva.
Non lo fanno, ma un ritardo di qualche giorno non è allarmante. I parenti degli escursionisti iniziano a preoccuparsi solo dopo diversi giorni, quando chiedono che vengano avviate le ricerche.

Un primo gruppo di volontari parte il 20 febbraio per una spedizione di soccorso. Poi, a seguire, altri gruppi composti da escursionisti più esperti si mettono sulle tracce dei ragazzi. Alcuni giorni dopo è la volta di polizia ed esercito, che intervengono con gli elicotteri.
La tenda in cui i ragazzi si erano accampati viene avvistata solo il 26 febbraio e, quando viene raggiunta, quello che i soccorritori trovano dà inizio al mistero.

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La tenda è molto rovinata, quasi distrutta.
Lo strano è che sia lacerata dall’interno, come se i ragazzi fossero stati colti da un improvviso terrore che, durante la notte, li avrebbe spinti a uscire precipitosamente, per salvarsi da qualcosa che sembrerebbe come apparso all’improvviso all’interno, lì con loro, capace di terrorizzarli al punto da non dar loro nemmeno il tempo di aprire i legacci e uscire all’esterno in modo normale.

Dalla tenda partono le loro impronte nella neve. Sono orme abbastanza distanti tra loro e confuse da far pensare a una corsa disarticolata e instabile.
Le orme sono dirette al bosco che si trova a circa un chilometro e mezzo in direzione nord-est.
Però non arrivano agli alberi. Dopo nemmeno mezzo chilometro spariscono nel nulla.

La squadra di ricerca si sposta comunque più avanti, seguendone la direzione verso il bosco. Si ferma sotto un grande cedro siberiano, dove trova i resti di un fuoco da campo e i corpi di due degli escursionisti.
Sono i cadaveri di Jurii Krivoniščenko e Jurij Dorošenko. E sono inspiegabilmente entrambi senza scarpe, con indosso solo la biancheria intima.
In più, il fuoco sembra essere stato acceso con mezzi di fortuna e alcuni rami del cedro sono spezzati fino a quattro metri e mezzo da terra. Brandelli di carne vengono trovati lungo in tronco, nella corteccia. I segni indicano che ragazzi avrebbero tentano di arrampicarsi sull’albero nel panico, come per scappare da un animale che, però poi, vista l’assenza di ferite sui loro corpi, li avrebbe lasciati morire di freddo sotto l’albero, senza aggredirli.

Qualcosa non quadra. Anzi, non quadra quasi nulla. I soccorritori tornano allora indietro, per esplorare meglio la zona tra il cedro e la tenda.
Qui avvistano altri tre corpi, quelli di Djatlov, Zina Kolmogorova e Rustem Slobodin. Quest’ultimo stringe nel pugno un ramo del cedro, forse brandito come un’arma, mentre con l’altro braccio si protegge la testa. La loro posizione suggerisce che i tre stessero cercando di ritornare alla tenda, in una nuova corsa folle, quando sono morti.
Nessuna traccia, invece, degli altri quattro escursionisti.

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Dal primo esame sui cinque corpi non emergono lesioni letali, per cui si deduce che i ragazzi siano morti per ipotermia.
Ma perché sono fuggiti dalla tenda? E perché i corpi sono praticamente nudi?

I ragazzi potrebbero essere stati colti dal cosiddetto undressing paradossale, si dice subito, un comportamento causato proprio dal freddo, che in alcuni casi può far avvertire improvvise vampate di falso calore.
Ma la spiegazione non regge, perché da un lato è troppo debole per motivare il gesto folle di fuggire verso il bosco e, dall’altro, è impensabile statisticamente che tutti i ragazzi siano stati colti da questo comportamento (l’undressing paradossale si verifica solo nel 20% dei casi di ipotermia) e per di più tutti nello stesso istante.
Eppure, per un po’, la spiegazione ufficiale resta quella. Almeno fino al 4 maggio – cioè più di due mesi dopo – quando vengono trovati anche gli altri quattro cadaveri.

Sono sepolti sotto un metro e mezzo di neve in una gola all’interno del bosco, caduti in uno strapiombo a mezzo chilometro dal cedro e, a quanto pare, non sono affatto morti per ipotermia.

Il corpo di Thibeaux-Brignolle ha un’importante frattura cranica. Quelli di Dubinina e Zolotarev hanno la cassa toracica letteralmente sfondata.
Si potrebbe pensare a un’aggressione, magari da parte delle popolazioni locali, ma i segni sulla neve escludono ogni traccia di altre presenze umane sulla scena.
Il dottor Boris Vozrozhdenny, che esegue le autopsie, dice che la forza richiesta per provocare quelle lesioni è pari a quella di un incidente stradale ad alta velocità.
In più non c’è traccia di ferite esterne, il che porta a escludere sia l’ipotesi di una colluttazione, sia l’idea che i danni possano essere stati provocati dalla caduta nella gola, tanto più che le fratture sono la causa delle morti e, di conseguenza, resterebbe inspiegato il motivo per cui ben quattro su nove ragazzi siano precipitati in quella gola da vivi, senza che nessuno li abbia spinti.
E ancora: il corpo della Dubinina è privo della lingua, di parte della mascella e degli occhi.
E ancora: le analisi forensi riscontrano in alcune delle vittime alti livelli di contaminazione radioattiva.

L’inchiesta viene chiusa nello stesso mese di maggio – dunque molto in fretta – per «assenza di colpevoli».
Il verdetto finale, basato soprattutto sui rilevamenti e sulle prime (e uniche) autopsie del dottor Vozrozhdenny, diceva – testualmente – che i membri del gruppo sarebbero morti a causa di una «irresistibile forza sconosciuta».

Secondo alcune fonti, i fascicoli vengono mandati in un archivio segreto. Secondo altri, il caso non è stato mai classificato. In molti sostengono che le autorità abbiano insabbiato prove e testimonianze.
Sta di fatto che la vicenda rimane segreta durante l’epoca sovietica. La gran parte dei dettagli della tragedia appaiono solo nel 1990 sulla stampa locale di Sverdlosk.
Tra i giornalisti che la rivelano c’è Anatoly Guschin, che ne trarrà un libro, nel quale avanzerà l’ipotesi che gli escursionisti sarebbero morti a causa di una non meglio identificata «sperimentazione di un’arma segreta sovietica».

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Negli anni seguenti, Judin – il ragazzo che avrebbe dovuto essere il decimo della spedizione – dirà: «Se avessi la possibilità di fare a Dio una sola domanda, gli chiederei cosa è successo davvero ai miei amici quella notte».

A partire dagli anni Novanta, il caso del passo Djatlov ispira numerosi lavori d’inchiesta, oltre che artistici e narrativi, tra i quali un documentario (del 2000), un romanzo (sempre del 2000), un film di fantascienza (del 2013), un videogioco (del 2015) e perfino un album musicale (ancora del 2015).

Il dibattito su cosa sia potuto succedere continua a dividere gli scettici dai sostenitori delle ipotesi più diverse: oltre a chi propende per il complotto governativo, c’è chi pensa a un attacco di alieni o all’esistenza di creature o forze misteriose.
In ogni caso, se vi considerate scettici, è giusto dirvi che, a oggi, la spiegazione più scientifica sembra essere quella dell’americano Donnie Eichar – di professione regista, produttore e autore per cinema e tv – secondo il quale i ragazzi si trovarono nel mezzo di una stranissima tempesta.
Eichar dice che i venti, urtando con la forma particolare a della montagna, avrebbero creato una sorta di microscopici tornado capaci di generare infrasuoni (il contrario degli ultrasuoni) devastanti, vibrazioni che avrebbero indotto stati di panico nei nove ragazzi che, per questo, sarebbero diventati istantaneamente folli.

Da parte mia, vi lascio liberi di decidere quale possa sembrarvi l’ipotesi più attendibile. Personalmente non ne abbraccio nessuna. Anche perché, come dicevo, questa è una storia dell’orrore e, come tale, resterà tanto più spaventosa quanto meno daremo una forma definita all’orrore.

Qualsiasi spiegazione vi darete, però, non siate superficiali: non dimenticate che questa storia è accaduta realmente.
Quella notte nove giovani escursionisti esperti andarono davvero a dormire nella loro tenda da campo in piena forma fisica e, di colpo, nel corso della notte, furono davvero attaccati da qualcosa di sconosciuto – che fosse una minaccia esterna o un parto delle loro menti – qualcosa che li spinse a lacerare la tenda e correre fuori. Alcuni di loro cercarono rifugio su un albero, provarono disperati ad arrampicarsi, altri scapparono anche da lì, tornarono indietro e morirono nel tentativo di raggiungere la tenda. Gli ultimi quattro finirono in una gola con le ossa fracassate.
Qualsiasi cosa penserete dell’accaduto, resta il fatto che quella notte nove giovani hanno lottato per ore al gelo e al buio contro una morte che resterà forse sempre oscura e che, alla fine, risultò comunque imbattibile.

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