Questa storia (incredibilmente) vera è un groviglio di molte vicende. Ogni persona che ne fa parte meriterebbe un racconto a sé. Di conseguenza, questo mio pezzo potrebbe diramarsi in molte direzioni.
Se vi interessa, in Archivio Roncacci ne racconteremo quindi anche altri pezzi.
Per ora mi concentrerò sulla scena che secondo me è semplicemente la più emblematica.

Il protagonista di questa scena si chiama Albert Newton Stubblebine III. Ha un nome roboante e un lavoro molto importante. Come vedete dalle foto qui sopra, somiglia all’attore Lee Marvin ma no, non è affatto un uomo di Hollywood.
È un pezzo grosso dell’esercito statunitense. Per la precisione è un maggior generale, ovvero un generale a due stelle. Non è però soltanto un alto ufficiale, è molto di più: è il capo dei servizi segreti militari americani.
All’epoca, dirige numerose unità di controspionaggio e unità segrete di spionaggio sparse nel mondo. Comanda truppe a Panama, in Giappone, alle Hawaii, in tutta Europa.
Il suo lavoro consiste nell’esaminare informazioni raccolte dall’intelligence militare e comunicarle al direttore della Cia, il quale le trasmetterà direttamente alla Casa Bianca.
Sotto di lui ci sono sedicimila uomini.

Ora, proviamo a immaginarlo – il generale Stubblebine – in un giorno preciso, un momento che lui stesso racconterà nei suoi diari e in numerose interviste.

È un caldo pomeriggio estivo del 1983.
In questi anni il suo lavoro è di estrema importanza, perché siamo in piena guerra fredda.
Il generale Stubblebine ha qualche minuto di pausa tra le varie urgenze e se ne sta seduto all’imponente scrivania del suo ufficio, al quartier generale del Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti d’America, nella contea di Arlington in Virginia, nell’edificio meglio noto come Pentagono.
È seduto immobile, le dita incrociate sotto il mento. Sta guardando la parete, alla quale sono appese alcune sue fotografie e onorificenze.
Nella stanza non c’è nessun altro.
Il generale pensa. Il generale conosce segreti che noi non sapremo mai. Segreti che se ci fossero rivelati ci costerebbero la vita.
E la cosa a cui sta pensando adesso è (ancora) Top Secret.

Anzi, si tratta tecnicamente di una “black op”, un’operazione segreta del governo che riguarda l’esistenza di un’unità speciale dell’esercito. Molto, molto speciale.
È a loro che il generale sta pensando: un gruppo di uomini che da qualche anno sta facendo cose strane, cose che ancora oggi verrebbero considerate assurde dalla maggior parte della popolazione.
Esperimenti. Prove. Ricerche pseudo-scientifiche che hanno per scopo lo sviluppo di tecniche di guerra non ordinarie e la possibilità di usare strumenti occulti per il controllo dei popoli. Cioè esperimenti che quasi tutti noi considereremmo ridicole bufale da cospirazionisti, se non fosse che sono ormai archiviati come verità storiche.

L’unità segreta in questione si chiama First Earth Battalion (Primo Battaglione Terra) e sta lavorando alla messa a punto di un esercito di soldati tutt’altro che ordinari.
Il progetto si basa su certe teorie dell’evoluzione umana, per così dire. Studi che mettono insieme diverse ipotesi perlopiù sconosciute al popolo americano: l’esistenza di energie ignote, nuove teorie della fisica, dottrine non ortodosse sulla struttura dell’universo e su quella molecolare.
Proprio così: non è la prima volta che parliamo di progetti segreti che mirano alla creazione di soldati (per così dire) più che umani, e non sarà l’ultima, ma di certo qui noi non diffondiamo infondate teorie complottiste.
Questa storia è ampiamente documentata.

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Il generale Albert Stubblebine III, detto Bert, conosce le teorie alla base del progetto segreto, perché è proprio lui al comando. Anche se poi, negli anni a venire, racconterà di essere entrato nel progetto solo in un secondo momento (solo dopo quel pomeriggio dell’83).
Fatto sta che, dagli archivi militari, le cartelle relative alla sua attività dal 1981 al 1984 risultano ufficialmente smarrite. Ed è lui stesso a raccontare cosa accade in quel pomeriggio dell’83 nel suo ufficio, senza nessun testimone presente.

Dunque Stubblebine si alza in piedi e aggira l’imponente scrivania del Pentagono. Ha gli occhi fissi alla parete con le sue onorificenze e si ferma così, in piedi, a pensare.
Lasciamolo un attimo lì. Torneremo da lui fra pochissimo.

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Facciamo un passo indietro.
In realtà, potremmo farlo anche bello lungo, diciamo di una trentina d’anni, perché all’interno dell’esercito statunitense – a quanto risulta – si praticano certe attività almeno dagli anni Cinquanta. Ma noi non andremo così indietro, dal momento che il First Earth Battalion è nato solo negli anni Settanta.

Le sue attività hanno luogo in uno spazio militare segreto chiamato Fort Bragg. È qui che “la più grande democrazia del mondo” ha incaricato un certo Jim Channon di fondare il Battaglione Terra alla fine degli anni Settanta.
Ma attenzione. L’incarico di Channon non è propriamente un esperimento scientifico, né ha proprio a che fare con quella che potremmo definire la creazione di un esercito di super-soldati.
Channon ha il compito di far nascere un esercito speciale, molto anomalo: un esercito composto da autentici monaci guerrieri.

State pensando ai cavalieri Jedi?
Fate benissimo.
In un’intervista apparsa nel 2006, un certo Glenn Wheathon, all’epoca sergente di prima classe e membro del black op, si autodefiniva “spia psichica” e parlava espressamente di un’operazione chiamata in codice, ehm, appunto “progetto Jedi”.
Riporto un brano di quell’intervista, per il vostro piacere:

Glenn: «Se adesso le chiedessi quante sedie ci sono in casa mia, lei probabilmente non saprebbe rispondermi».
Giornalista: «Beh no, infatti».
Glenn: «Ecco, vede? Un supersoldato lo saprebbe e basta. Senza bisogno di contarle. Senza nemmeno bisogno di guardarle».
Giornalista: «Un supersoldato?».
Glenn: «Sì, un supersoldato. Un guerriero Jedi. Lui saprebbe dirti dove sono le lampadine, anche, e le prese di corrente, ecc. Tutte, dalla prima all’ultima. A occhi chiusi, letteralmente».
Giornalista: «Ma cos’è un guerriero Jedi?».
Glenn: «Ne ha uno davanti agli occhi».

Ora, però, calmi.
Quella di Jim Channon è un’idea che va capita, e non è facile. Ma va capita bene, perché ha qualcosa di bellissimo, in verità.
Come dicevo, l’idea originaria non è tanto quella di avere dei supersoldati imbattibili – come quello che il sergente Glenn pare convinto di essere.
I superpoteri (effettivamente) perseguiti da questa gente si potrebbero anzi considerare come un necessario incidente di percorso, nel piano di Channon.
Perché i soldati di Channon dovrebbero essere legati alla spiritualità più che alla violenza: guerrieri che sappiano sviluppare particolari capacità, doti in grado di agire sul nemico non soltanto senza usare armi, ma proprio attraverso strumenti di pace.

Va da sé che questo tizio, Jim Channon, tenente Colonnello dell’esercito USA e reduce decorato sul campo in Vietnam, meriterebbe un articolo a sé. Lo scriverò più in là, se vorrete. Per ora mi limito a dirvi l’essenziale su di lui.
Channon è un tipo strano, d’accordo. Ma forse non così tanto, almeno se lo si pensa nel contesto di quegli anni.
Dopo il Vietnam, ha frequentato diversi gruppi legati al movimento beatnik, ha appreso tecniche di meditazione e di sviluppo del potenziale umano, è intriso di idee tipiche in particolare di certi ambienti New Age della California di allora ed è, almeno d’aspetto, un vero hippie.

Tornato nell’esercito dopo la guerra, Channon aveva l’aria abbastanza inverosimile di un “capellone in uniforme”. Ma quel che è ancora più inverosimile è che, al suo rientro, ha proposto all’esercito di rendere operative le tecniche in cui credeva ormai ciecamente.
E l’esercito gli ha risposto con un interessante “Perché no?”.

Così, alla fine degli anni Settanta, Channon mette insieme la squadra e comincia a istruire i suoi uomini.
Niente marce nel fango, per loro, niente esplosioni, urla violente e colori di guerra: il Primo Battaglione Terra passeggia a piedi nudi sui prati per sentire la rugiada del mattino, forma cerchi umani di soldati che si tengono per mano, non mangia carne, pratica il massaggio con oli profumati, si siede all’indiana e medita. Questi supersoldati piangono per le emozioni più calde e si abbracciano tra loro per confortarsi.
Poi, va bene, proveranno pure a uccidere capre con la forza del pensiero. E ci riusciranno, a quanto raccontano. O, almeno, un certo sergente istruttore Michael Echanis si metterà seduto di fronte a una capra e – a quanto si racconta – riuscirà a farle scoppiare il cuore con la sola concentrazione.
Ma questa delle capre è una storia nella storia, che merita assolutamente più spazio e quindi la racconterò in seguito.

Naturalmente il Primo Battaglione Terra non arriverà mai a niente.
Cioè, a parte qualche discutibile racconto di confuse premonizioni vagamente riuscite e capre morte d’infarto, ufficialmente il Battaglione non produsse niente di significativo, se non alcune orribili novità introdotte nelle torture a Guantanamo (ma anche questa è un’altra storia, che racconteremo magari poi).

Se comunque tutto questo vi suona familiare, probabilmente è perché avete visto il film L’uomo che fissa le capre (di Grant Heslov), che è per l’appunto ispirato alla storia vera del Primo Battaglione Terra. O meglio, ispirato dal libro del 2006 Capre di guerra del giornalista Jon Ronson (poi ripubblicato in Italia con lo stesso titolo del film) che ne ricostruisce la vicenda.
Nel film, il Tenente Colonnello Channon è interpretato da Jeff Bridges, ma non ha questo nome: si chiama Bill Django, perché il film non è una ricostruzione fedele, è anzi una commedia stravagante, quasi una parodia.

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Nella realtà, il sogno di Channon è proprio bello, diciamolo, e lui ci crede davvero. Perché lui è proprio convinto che gli USA possano portare la pace nel mondo. E quel che vuole fare è creare un esercito che agisca in modo coerente a questo scopo, anche dal punto di vista metodologico e filosofico.
Channon vuole delle forze non-armate che sappiano sconfiggere i nemici con la sola forza del pensiero. Un esercito di uomini inaffrontabili e giusti, in equilibrio con le energie cosmiche: monaci incapaci di ingiustizia, che vincano battaglie senza versare sangue, usando armi come la persuasione a distanza, la telecinesi, l’invisibilità.
Dico sul serio?

Sì. Dico sul serio.
È lecito pensare che le idee di Channon non fossero proprio del tutto condivise dalla Cia e dalla Casa Bianca. Facile che questi ultimi possano aver pensato di finanziare le sue ricerche solo nella speranza di usarle per mettere a punto strumenti o tecniche di guerra innovative.
Ma quel che conta per noi adesso è sapere che lo hanno fatto: le hanno finanziate sul serio, con svariati milioni di dollari. Per anni.

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E quindi per anni il generale Albert Stubblebine ci ha creduto.
Un po’, almeno. Poi sempre di più.
Anno dopo anno, il generale che all’inizio di questo racconto abbiamo lasciato nel suo ufficio al Pentagono, in piedi di fronte alla parete in un pomeriggio dell’estate del 1983 – anno dopo anno si è convinto sempre più della validità di certe idee.
Stubblebine è un uomo importante, un uomo stressato. La sua agenda è troppo fitta e le sue responsabilità troppo grandi.
Per questo adesso, fissando la parete del suo ufficio, impone a se stesso di rilassarsi e concentrarsi.
Poi chiude gli occhi e si connette con il ritmo del respiro. È assolutamente certo che, se raggiungerà il giusto livello di concentrazione e fiducia, questa volta riuscirà a farlo.
Questa volta, sì, perché di tentativi analoghi ne ha fatti già decine, e sono sempre falliti. Ma Stubblebine detto Bert sa che i poteri della mente umana vanno molto al di là della materia e delle leggi della fisica.
La materia è energia, ormai lo sappiamo. Il suo stesso corpo è energia, proprio come il muro del suo ufficio. E l’energia può essere manipolata, deviata, attraversata. Per l’ennesima volta, quindi, il generale Stubblebine parte in corsa, diretto a tutta velocità contro la parete. Se la sua mente è riuscita a portare la materia alla giusta vibrazione – sta pensando – il suo corpo arriverà nell’ufficio accanto senza bisogno di usare la porta.

Il maggior generale Albert Newton Stubblebine III raggiunge la parete in corsa fiduciosa e, per l’ennesima volta, ci si fracassa contro. Una craniata di tutto rispetto. E, quando il suo naso si spalma contro il muro, Stubblebine prova una fitta dolorosissima. All’orgoglio, si presume, anche.
Nessuno dei tentativi del Primo Battaglione Terra ha prodotto negli anni risultati soddisfacenti, e Stubblebine continua a sbattere letteralmente contro i muri di sua spontanea volontà. Da anni.
Ma ora è troppo, si dice. Ed è quindi ora, cioè quel giorno dell’estate 1983, che il generale decide di raggiungere Fort Bragg, per verificare di persona come procedano i lavori del suo battaglione preferito.

Ma noi, per ora, ci fermiamo qui.
Quel che accadrà dopo ve lo racconteremo prossimamente, sempre qui in Archivio Roncacci, se vorrete seguirci.

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