Sono tempi difficili, questi, lo diciamo da sempre. Tempi di persone fatte prigioniere negli aeroporti dall’arbitrio di pochi; esseri umani in fuga dalla guerra, bloccati da volenterosi burocrati che pongono questioni di forma e da altrettanto benintenzionati cittadini che ‘ormai siamo troppi’.
Sono tempi in cui l’unica cosa che ci riesce bene sembra essere lamentarsi dell’epoca in cui ci tocca vivere. Una volta non era così, diciamo. Una volta era più semplice riuscire a distinguere tra il bene e il male. Una volta non eravamo così crudeli, incattiviti, una volta sapevamo bene quale fosse la cosa giusta da fare.

Davvero?
Sentite questa storia, allora.

È la notte del 26 settembre 1983 e ci troviamo nel bunker Serpukhov-15, non troppo distante da Mosca. Voi ve lo ricordate, il 1983? Io avevo sette anni, e se guardo la pagina Wikipedia degli eventi di quell’anno ho dei lampi molto vividi: l’incendio del cinema Statuto, la Thatcher, il mostro di Firenze. In primo piano, l’onnipresente faccia di Reagan e tante parole sullo Scudo Spaziale e le guerre stellari.
Quelli sì che erano bei tempi, vero? La guerra fredda rendeva netti gli schieramenti, si stava da una parte o dall’altra. USA oppure URSS. Di qua c’era la democrazia, di là la barbarie. Oppure viceversa, a seconda di come la si pensasse.

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È la notte del 26 settembre 1983 e siamo proprio nel cuore di quello che secondo Ronald Reagan era l’impero del male. Ci troviamo in un bunker segreto pieno di monitor e di militari; il compito principale è quello di monitorare il sistema d’allarme OKO, che segnala eventuali attacchi nucleari sul territorio sovietico.
Da queste parti non si scherza per niente, insomma, specialmente negli ultimi tempi.
Soltanto agli inizi del mese un Boeing sudcoreano è entrato per errore nello spazio aereo sovietico, ed è stato immediatamente abbattuto dai militari, convinti che si trattasse di un aereo spia: 269 morti, tutti civili, e tensione alle stelle.

È la notte del 26 settembre 1983 e nel bunker tutto procede come le altre notti; qualche chiacchiera, un’occhiata ogni tanto ai monitor, niente di che. L’unico brivido della serata è stato il malore dell’ufficiale di servizio, che è dovuto tornare a casa e ha di fatto costretto il tenente colonnello Stanislav Evgrafovic Petrov a lasciare le pantofole e il divano e a entrare in servizio di corsa, possiamo immaginare con quale buon umore.

Il bunker Serpukhov-15
Il bunker Serpukhov-15

Poi, a mezzanotte e quattordici minuti, suona l’allarme.

In un tripudio di sirene e lampi rossi, Stanislav Petrov legge la segnalazione: un missile nucleare è appena partito dalla base americana di Malmstrom, in Montana, diretto verso il territorio sovietico. Nel caos generale che si è appena scatenato, il tenente colonnello Petrov riflette: chi mai comincerebbe una guerra atomica lanciando un solo missile? Non ha senso. Il sistema di monitoraggio, inoltre, non è proprio perfetto, ci sono già state segnalazioni di malfunzionamento in passato.
Tutti gli impiegati del bunker guardano Petrov, lui guarda i monitor. Scuote il capo.
Falso allarme, dice. Non può essere vero.

Tutti sospirano di sollievo, ma dura poco. Perché pochi minuti dopo l’allarme suona di nuovo. Un altro missile nucleare sta viaggiando verso l’Unione Sovietica. Poi suona un terzo allarme. E un quarto. E un quinto.

A questo punto è difficile pensare che si tratti di un errore. Le sirene feriscono le orecchie, le luci intermittenti sono continue. A questo punto, se si tratta di un attacco reale, mancano più o meno venti minuti prima che i missili nucleari raggiungano l’URSS.
Vale a dire, mancano più o meno venti minuti prima che cominci una guerra atomica.

La procedura in questo caso è molto semplice: l’ufficiale in capo deve riferire immediatamente ai suoi superiori, i quali a loro volta informano altri superiori, fino ad arrivare ai vertici. Tutto deve avvenire in pochi minuti, perché alla fine della catena di comando è previsto il contrattacco, cioè l’unica risposta possibile: un attacco nucleare di entità maggiore di quello appena scoperto.
Vale a dire, mancano più o meno quaranta minuti prima che un mucchio di missili sovietici raggiunga e colpisca il territorio americano.
Vale a dire, entro un’oretta ci sarà una guerra atomica mondiale.

Tutti gli impiegati del bunker guardano il tenente colonnello Petrov, aspettano l’inevitabile. Nessuno, da quelle parti, è abituato a mettere in discussione gli ordini. C’è un allarme, tocca rispondere, tocca seguire le procedure.
Ma Stanislav Petrov non è soltanto un soldato; è un analista, lui, ha studiato a fondo il funzionamento del sistema OKO. Soprattutto, è un uomo ancora abituato a pensare con la propria testa. E quegli allarmi non lo convincono del tutto.
Tutti gli impiegati del bunker lo guardano, lui guarda i monitor. E pensa.

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Quando il Boeing sudcoreano è entrato per errore nei cieli sovietici, venticinque giorni prima, il maggiore Osipovich lo ha affiancato e ha ricevuto l’ordine di abbatterlo.
“Vidi i finestrini e sapevo che era un Boeing, ma per me non voleva dire nulla,” dirà poi. E aggiungerà: “Non ho detto alla base che era un aereo civile, perché nessuno me l’aveva chiesto.”

Il tenente colonnello Petrov, invece, lui pensa.
Gli restano solo una manciata di minuti prima di avvisare i comandi in tempo utile a far partire la rappresaglia. Eppure la cosa non gli quadra.
Cinque missili sono troppo pochi per cominciare una guerra, continua a ripetersi. Non può essere un attacco, deve trattarsi di un errore. Ma se non lo fosse?

Quanto ci vuole per prendere la decisione più importante della vita? Alcuni restano impigliati per sempre nelle possibili alternative. Altri, semplicemente, non hanno tempo, non ne hanno più.
“Tutto quello che dovevo fare era prendere il telefono e comporre la linea diretta dei nostri comandi, ma non riuscivo a muovermi”, dirà in un’intervista alla BBC nel 2013. “Mi sentivo come se fossi seduto su una padella sfrigolante”.

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Tutti gli impiegati del bunker lo guardano, e Stanislav Petrov, a questo punto, probabilmente impreca a voce alta.
Prende il telefono, e riferisce di un malfunzionamento del sistema.
Sa perfettamente che, se si è sbagliato, lo scoprirà molto presto nel peggiore dei modi, e insieme a lui tutto il resto del mondo.
“Ventitrè minuti dopo non era successo niente. Se ci fosse stato davvero un attacco, lo avremmo già saputo. Sì, è stato davvero un sollievo”, sorriderà ai giornalisti inglesi.

Nei giorni successivi, si scoprirà che il falso allarme fu dovuto a una rarissima congiunzione astronomica tra la terra, il sole e il sistema OKO.
Cose che succedono, certo. Ma i comandi non gradirono molto la pessima figura rimediata dai loro computer all’avanguardia. Pochi giorni dopo l’incredibile notte del 26 settembre 1983, il tenente colonnello Petrov riceve un richiamo ufficiale; non per non aver obbedito agli ordini, quello sarebbe stato troppo persino per un ottuso burocrate. La scusa viene trovata nella compilazione scorretta dei registri durante la serata.

A questo punto, c’era bisogno di dirlo?, la carriera militare del quarantaquattrenne Stanislav Petrov finisce in fretta, con una pensione anticipata e una mancata promozione a colonnello. Lui non dice niente per oltre dieci anni, e vive la sua vita con molta semplicità; “Pensavo che fosse vergognoso, per l’esercito sovietico, che il nostro sistema avesse fallito in quel modo”.

La storia viene fuori dopo appunto una decina d’anni, e ancora oggi ci riporta tutta intera l’eco di un’epoca per niente lontana.
Un tempo in cui si sapeva scegliere tra il bene e il male, dirà qualche nostalgico.

Eppure per un tenente colonnello Petrov c’era anche, sempre, un maggiore Osipovich.
Se i ruoli fossero stati invertiti, quella notte, saremmo qui per raccontarla? Saremmo riusciti a sopravvivere a una guerra nucleare, se al posto di Petrov ci fosse stato uno strenuo sostenitore delle regole, un onesto esecutore di ordini?

Sono tempi difficili, questi, lo sappiamo da sempre. Forse potrebbe aiutarci anche sapere che il manuale d’istruzioni non esiste, e comunque è pieno di errori. E che se soltanto ci prendessimo il lusso di ragionare un po’ di più e di obbedire un po’ di meno, forse potremmo fare persino qualcosa di grande. Magari per sbaglio.

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