In un mio libro di prossima uscita, a un certo punto, parlo di pagliacci.
Lo faccio all’interno di un discorso difficile da riassumere adesso, ma diciamo che l’argomento è il confine che separa realtà e finzione: un tema che anche qui, tra le storie raccolte in Archivio Roncacci, serpeggia sempre e qualche volta emerge in maniera molto vivida.
In questo discorso, i pagliacci possono essere considerati una specie di esempio. In particolare quelli terrificanti, perché la figura del clown spaventoso rimbalza in qualche modo tra mito e realtà.

Nella realtà c’è soprattutto John Wayne Gacy (1942-1994), il noto serial killer statunitense soprannominato Killer Clown. La sua fama è certamente legata al fatto che questo serial killer, con il simpatico pseudonimo di Pogo, era solito intrattenere i bambini alle feste travestito e truccato da classico clown. I concittadini lo consideravano un tipo socievole e senz’altro simpatico. Solo che, in segreto, l’amabile Pogo sodomizzò e uccise trentatré persone, molte delle quali adolescenti.
Per ben sei anni John Wayne Gacy seppellì e ammassò i loro corpi sotto la sua abitazione, fino a che fu scoperto e arrestato, nel 1978, e condannato a morire per iniezione letale nel 1994.

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John Wayne Gacy

Nel mito, invece, ci sono personaggi notissimi, come il Joker di Batman o Pennywise il Pagliaccio, protagonista terrorizzante di It, il capolavoro di Stephen King.
Nel nostro immaginario comune, si tratta di un mostro con molte facce: è il Joker interpretato da Heath Ledger, a sua volta ispirato a quello del fumetto di Moore e Bolland, ma è anche quello con la faccia di Jack Nicholson, che è poi la stessa di Jack Torrance, protagonista dello Shining di Kubrick.

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Pennywise interpretato da Tim Curry nella miniserie tv

Sta di fatto che la paura dei pagliacci è una cosa del tutto irrazionale. Anzi, secondo alcuni è una vera e propria patologia.
Si chiama coulrofobia (dal greco antico: composto da κωλοβαθριστής, colui che cammina sui trampoli e φόβος, paura).
Di studi in verità ce ne sono pochi, ma pare che ne sia colpita una persona ogni sette.
Secondo il prof. Paul Salkovskis – direttore clinico del Centro ospedaliero di Maudsley per i disturbi d’ansia post traumatici – chi soffre di questa fobia sarebbe spaventato soprattutto dal trucco eccessivo, il naso rosso intenso e gli strani capelli.
Ovvero tutto ciò che nasconde la vera identità dell’attore.

Per cui viene da chiedersi: da dove nasce questa specie di personaggio mitologico trasversale, il clown mostruoso?
È la realtà ad alimentarne il mito, oppure i casi di pagliacci assassini reali sono una coincidenza, che ci colpisce perché ci ricorda un mostro puramente immaginario e legato al mascheramento?

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Nicholson e Ledger nei panni di Joker

Se John Wayne Gacy faceva il clown, era in effetti solo una coincidenza, o meglio: si tratta della classica eccezione che conferma la regola.
Anche perché non è che Gacy si vestisse da pagliaccio per uccidere. Diciamo che quella era una specie di sua seconda attività.
Per cui la regola confermata dalla sua eccezione è proprio che i clown sono tutt’altro che terribili assassini.

Anzi, si può supporre che la paura che suscitano in alcuni dipenda proprio da questo, cioè dall’immaginare un personaggio assolutamente simpatico che, d’un tratto, si rivela un mostro terrificante.
Difatti proprio su questo si fonda la potenza di Pennywise, che grazie alla sua simpatia irretisce bambini; ma anche la grande seduzione di Joker, che tra tutti i cattivi è forse quello che più di tutti riesce a divertirci, al punto che a tratti possiamo comprenderne perfino la follia.

Però c’è un capostipite.
Nella Storia, il pagliaccio assassino ha una specie di prototipo.

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Vi presento Thomas Skelton, l’ultimo giullare di Muncaster Castle, antica dimora della nobile famiglia Pennington, situata nei pressi di Ravenglass, nel nord-ovest dell’Inghilterra.
Skelton era una specie di pagliaccio, da secoli noto come Tom Fool, secondo alcuni ispiratore del memorabile personaggio del Re Lear di Shakespeare.

Appare nel ritratto che vedete qui, e ancora presente nel castello, immortalato a figura intera come un uomo di mezza età, vestito da giullare, accanto a un foglio scritto in versi che sembra essere il suo testamento.
L’esistenza stessa del ritratto suggerisce che Tom il Matto era un servitore molto amato dalla famiglia Pennington.
Non è chiarissimo in quali anni abbia vissuto, ma probabilmente il culmine della sua storia è avvenuto intorno alla metà del Seicento.

Tom era quindi un servo fidato, con il compito di intrattenere la famiglia con scherzi e giochi d’ingegno.
Secondo le testimonianze degli ultimi Pennington, era famoso per certi numeri tipici, come tagliare un ramo sul quale era seduto, ma anche per strani scherzi agli ospiti, come ungere ringhiere e gradini per far scivolare i malcapitati: giochini forse un po’ sadici, ma comunque nella tradizione dell’epoca.
Almeno fino a quando i racconti su Tom non prendono una piega più sinistra.

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Il castello di Muncaster

A quanto si dice, tutto inizia un giorno di primavera di un anno non precisato intorno al 1650, quando Helwise, la bella figlia di Sir Alan Pennington, si traveste da pastorella e partecipa ai festeggiamenti del primo maggio, dove incontra il suo amante segreto, un ragazzo di origini umili che si chiama Richard.
Il problema è che Helwise è corteggiata da un nobile, un certo Sir Ferdinand che, scoprendo la tresca tra la ragazza e l’umile Richard, decide di andare di corsa al castello di Muncaster per informare della relazione il padre, Sir Alan Pennington.
Ma quando arriva al castello, Alan Pennington non c’è. E così Sir Ferdinand decide di lasciare un messaggio al suo fidatissimo servitore, il giullare Tom Fool, alias Thomas Skelton.

Il giorno dopo, mentre il giovane Richard sta facendo il suo riposo pomeridiano nel capannone dove lavora, Tom il Matto entra e, con un colpo d’ascia, gli taglia di netto la testa, che poi nasconde sotto un cumulo di trucioli.
Dopodiché va da Sir Ferdinand e, ridendo, gli dice: «Il carissimo Richard non troverà facilmente la sua testa, quando si sveglierà dal pisolino di oggi».

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Il Joker di Moore e Bolland

Quello che succede dopo non è chiarissimo. I racconti a questo punto si fanno confusi ma, bene o male, tutti convergono nell’ipotesi che, per questo gesto, il giullare non viene punito né dalla legge né dal suo padrone.
Pare anzi che – nonostante la povera Helwise ne rimanga traumatizzata al punto da finire i sui giorni tristemente rinchiusa in un convento – Tom Fool inizia da questo momento a essere ancora più benvoluto dal suo padrone, che gli concede più libertà e più diritti.

E così adesso Tom siede spesso sotto un castagno, appena fuori il castello di Muncaster, in attesa di passanti.
Soprattutto, indica la strada ai viaggiatori che gli chiedono indicazioni. Però non dà quelle esatte. Li conduce invece verso le sabbie mobili vicino al fiume Esk, dove li lascia affondare lentamente, mentre ride e fa i suoi numeri d’intrattenimento per sollazzare le vittime morenti. Poi, con calma, Tom recupera i corpi, li decapita e li seppellisce sotto gli alberi.
Lo farà per anni, tanto che per secoli si racconterà la storia del giullare all’ombra di quel castagno (a quanto si dice, presente ancora oggi).

La storia è questa, in verità un po’ nebulosa.
Del resto è tratta soprattutto da racconti tramandati oralmente, facilmente esagerati per via delle ragioni di cui parlavo all’inizio. Documenti non ce ne sono perché all’epoca i servitori non ne avevano.
Resta comunque il fatto che il ritratto di Tom è ancora lì, al castello di Muncaster. E la sua leggenda è molto ben radicata, se si pensa che il termine tomfoolery («buffonata» in senso negativo) prende senza dubbio origini dal suo nome.

A quanti poi dovesse interessare, segnalo che ogni anno il castello di Muncaster ospita un concorso per giullari, con un premio assegnato in onore di Tom Skelton.
La manifestazione si terrà anche quest’anno a maggio. Nel caso voleste partecipare, trovate le informazioni qui.

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