«Che fai, scrivi l’articolo? Hai notato che dovrebbe uscire proprio l’8 marzo?»
«Già. Sgrunt.»
«Sgrunt?»
«Prima di tutto sono in ritardo. E mi scoccia. E poi sono arrabbiata. Sono sempre arrabbiata quando arriva l’8 marzo. È già dura di solito, ma in questi giorni tocca assistere a una tale concentrazione di stupidità, retoriche e schifezze che davvero mi viene voglia di gridare, guarda.»
«Beh, non avevi detto che volevi fare qualcosa di diverso? Per esempio puoi parlarne nell’articolo.»
«E di cosa? Di come non siamo più capaci di stare sul pezzo nemmeno per ventiquattro fottute ore? Di come ci sia sempre qualcuno che si sente in dovere di fare l’originale e deve diffondere stupidaggini sulle donne che comandano e sono peggio degli uomini, come se stessimo facendo una gara di bambini? Di quegli altri che l’8 marzo sono tutti fiorellini e melassa, e però ognuno resti al suo posto negli altri giorni? Più che un pezzo per il blog rischia di venire fuori un’invettiva di sessanta pagine.»
«E allora di cosa hai deciso di parlare?»
«Di Nancy Wake.»
«Chi?»
«Nancy Wake, la donna più decorata della seconda guerra mondiale. L’incubo della Gestapo.»
«Uhm. E c’entra qualcosa con l’8 marzo?»
«Me ne fotto, se c’entra qualcosa. Oggi voglio parlare di Nancy Wake. In quanto donna, in quanto antifascista, in quanto essere umano bellissimo, in quanto cittadina che ha saputo scegliersi la parte. Guarda qui, Nancy Wake era lei.»


«Molto bella.»
«Sgroar, ecco il tipico commento da maschio.»
«Ehi, ma come mi tratti? Lo sai che non sono così.»
«Non sei così, eppure anche tu cadi in queste trappole, lo vedi? Ti dicono ecco, questa donna è sfuggita migliaia di volte alla Gestapo, dico alla Gestapo, mica ai vigili urbani di Bitonto, poi ti fanno vedere la foto e tu commenti che era bella. Grr.»
«Va bene, va bene, ho capito, hai ragione. Allora dimmi come mai è diventata una partigiana, raccontami di lei.»
«Lei, beh, lei era una ribelle fin da subito. A vent’anni riceve un’eredità e si mette a viaggiare. Parte dall’Australia, che allora era Impero Britannico, e va nei posti che ha sempre desiderato vedere. New York, Londra, Parigi. Nei primi anni ’30. Fa la giornalista. In un’intervista parla di giorni felici, di vestiti, fiori, champagne, uomini galanti. Le piacciono le feste, le piace la vita.»
«Solo che poi arriva Hitler, suppongo.»


«Esatto. Arriva quel piccolo, ridicolo surrogato di ometto con la perversione della razza ariana e le cose si mettono male. Nancy Wake si trova a Vienna quando vede una cosa atroce: alcuni ebrei incatenati a delle ruote, portati in giro e frustati dai soldati in una piazza. In un’intervista fa questo commento inorridito e insieme delizioso, osservando che era tremendo vedere perseguitare gente. Io non riuscirei a perseguitare nemmeno un gatto, aggiunge, figuriamoci un essere umano. È così che da subito promette a se stessa che cercherà in tutti i modi di ostacolare quella merda che è il nazifascismo, e anche perché, senti qui cosa dice:

La guerra e la violenza non mi piacciono, ma non vedo perché noi donne dovremmo semplicemente salutare tutte fiere i nostri uomini e sferruzzare passamontagna per loro.

Mica male, eh? Intanto, comunque, continua a vivere una vita piena e interessante. Nel 1937, a venticinque anni, incontra un industriale francese che le pare ‘affascinante, sexy e divertente’, e se ne innamora pazzamente. Si sposano due anni dopo e vanno a vivere a Marsiglia, poi nel ’42 la Francia viene occupata, e Nancy Wake entra nella Resistenza, diventando messaggera. È qui che comincia la sua leggenda.»
«Comincio a capire perché ne volevi parlare proprio l’8 marzo.»
«Non è così semplice, eh. Voglio dire, adesso dovrei parlare di tutte le cose incredibili che ha fatto in concreto. Di come quelli della Gestapo la chiamassero il Topo Bianco, perché era imprendibile. Della taglia di cinque milioni di franchi sulla sua testa. Di come fa scappare centinaia di soldati dal regime di Vichy fino in Spagna, e di quando poi, alla fine, viene catturata, torturata per quattro giorni e rilasciata senza aver detto una parola. Poi riescono a farla scappare in Inghilterra, però da sola. Suo marito Henri Fiocca rimane indietro, e lei scoprirà solo dopo che è stato catturato e ucciso. Lei intanto viene addestrata dallo Special Operations Executive, e poi riparacadutata in Francia. Sono in tutto trentanove donne su quattrocentotrenta, ne sopravvivono tre, vorrei far notare. Dovrei parlare di tutto questo, di come Nancy Wake abbia coordinato le attività precedenti lo sbarco in Normandia.»


«Però non volevi parlare di questo, non solo. Giusto?»
«Se ti guardi le interviste che si trovano su Youtube, per esempio questa, che è divisa in sei parti, lei racconta la sua storia molto meglio di come farei io, soprattutto in questo momento, in questo 8 marzo pieno di gente che dice eh, però a fare lo sciopero così poi vengono danneggiate le donne prima di tutto, e ma non si fa così, e ma ve lo insegniamo noi come si combatte per i diritti. Sgrunt.»
«Adesso non ricominciare ad arrabbiarti, dai. Torna al punto, che ti stai perdendo.»
«Sì. Il punto è che non vorrei si fraintendesse il personaggio. Nancy Wake era la stessa donna che dichiara di non poter picchiare un gattino e che poi uccide una sentinella delle SS a mani nude, prima che possa dare l’allarme. La stessa donna che si ritrova con il paracadute impigliato in un albero, quando arriva in Francia, e allora le tocca sentirsi dire la solita cretinata da uno dei capi della Resistenza: Uh, vorrei che tutti gli alberi portassero frutti così belli.»
«Ho paura a chiederti cosa gli risponde lei.»
«Eh eh, lei, adorabile, gli dice così: Con me fai meglio a lasciar perdere le tue stronzate francesi. Ma poi c’è dell’altro, sai, un sacco di altra roba, anche se lo so che sto sforando.»
«Non ti preoccupare, tanto non ci legge nessuno.»
«Ah già. Beh, comunque la chiudo con un aneddoto bellissimo e terribile. C’è Nancy Wake che si ritrova a interrogare una donna, che le confessa di essere una spia nazista. Lo dice ai colleghi francesi e loro nicchiano. Eh, ma non possiamo mica spararle, è una donna, e come facciamo, dicono. Lei non fa una piega: se non le sparate voi lo faccio io. Conoscendo il personaggio, i combattenti organizzano l’esecuzione, e al mattino la donna passa davanti a Nancy Wake, che sta facendo colazione. Mi dispiace, dice la Wake. Se potessimo tenerti prigioniera da qualche parte lo faremmo, ma così come siamo ci tocca ucciderti. La donna le sputa in faccia, e va alla fucilazione gridando Sieg Heil. E sai cosa commenta Nancy Wake raccontando questa storia?»

Era proprio una nazista. Oh, io le avrei sparato. Oddio sì, con grande piacere.

«E tutto questo per dire che…?»
«Che il nemico va riconosciuto, sempre. Qualunque vestito indossi, qualunque sia il suo genere. E trattato come tale. È importante, è dannatamente importante. Specie di questi tempi.»
«Hai finito?»
«Sì.»
«Ok, scrivilo.»

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