Qualche giorno fa Archivio Roncacci ha ricevuto una segnalazione piuttosto interessante.

Oh voi archivisti, diceva il messaggio della brillante Giulia Martinelli (trovate i suoi bellissimi lavori qui), ma voi ci avete pensato a fare qualche pezzo sulle stranissime storie che si celano dietro ai colori?
Sì, proprio quelli che vediamo ogni giorno senza farci caso.
Per esempio il blu.

Lo sapete, per dirne una, quanti modi di dire in blu ci sono in tutte le lingue del mondo? Being blue, essere blu, in inglese, significa essere triste, e questa la sappiamo un po’ tutti. Il blue Monday, il terzo lunedì di gennaio, è da sempre il giorno più deprimente dell’anno. Poi c’è l’heure bleue, che indica un momento particolare durante il crepuscolo in cui ogni cosa sembra prendere una tinta malinconica, che regala contrasti magnifici ai fotografi. Ci sono anche alcune curiose espressioni di slang australiano, in cui per esempio making a blue significa fare un errore.

L’heure bleue

Giulia Martinelli, nel dettaglio, ci parla di espressioni tedesche che noi personalmente non conoscevamo. Si dice blau sein (essere blu) quando si è ubriachi, mentre il blauer Montag (lunedì blu) in Germania si riferisce a un lunedì di riposo. Blaumachen, poi, cioè “fare blu”, significa scioperare, non lavorare.

Ma insomma, che hanno ‘sti crucchi col blu?, scrive la Giulia, che indagando ha scoperto anche molto altro.

Esistono alcuni vecchi edifici interamente dipinti di blu, un tempo adibiti alla colorazione dei tessuti. L’industria tessile in Germania era forte, soprattutto intorno al diciannovesimo secolo. E sapete come si faceva a fissare il pigmento blu? Con l’ammoniaca, presente per esempio nell’urina. I lavoratori bevevano birra, facevano pipì nelle vasche e, felicemente ubriachi in orario di lavoro, aspettavano che il colore si fissasse (e che la sbronza passasse, probabilmente).

La faccenda mi ha intrigata parecchio, peraltro il blu è uno dei miei colori preferiti, e pensavo che fosse utilizzato da sempre in larga misura.
È bastata una prima ricerca per scoprire alcune cose che non avrei mai immaginato, e per perdermi in un mare di sfumature successive, alla scoperta di un mondo di colori bizzarri.

Sembrerà incredibile, ma nell’antichità pare che il blu fosse un colore sconosciuto. Se andate a leggervi l’Odissea, troverete brani in cui il mare è descritto di ‘color vino scuro’. Anche alcuni poemi antichi indiani presentano descrizioni dettagliate del cielo, ma in nessuna si parla del colore blu. Nemmeno il cinese, il giapponese e l’ebraico antichi hanno un termine per definirlo in maniera precisa.

Per diverse epoche, il blu non è stato considerato nemmeno un colore a sé, ma veniva spesso confuso con il verde e il grigio. Per gli antichi greci e per i romani era un colore molto poco nobile, troppo simile agli occhi dei barbari, e alle tinture con cui si coprivano i volti e i corpi in battaglia, per poter essere utilizzato.

Il filologo Lazarus Geiger si rese conto che in generale, nelle varie lingue antiche, appaiono per prime le parole che indicano il bianco e il nero. Terzo arriva il rosso, il colore del sangue, e a seguire il verde e il giallo. Il blu parrebbe proprio l’ultimo a essere notato e definito.

L’eccezione più clamorosa è rappresentata dagli egizi, che invece adoravano questo colore e lo consideravano divino, ragion per cui i faraoni indossavano barbe e parrucche in tinta. Il famoso ‘blu egizio’ veniva ricavato mescolando sabbia, rame e carbonato di soda cristallizzato, e aveva questo meraviglioso effetto smaltato che ancora oggi è possibile ammirare nei reperti meglio conservati.

La situazione si ribalta intorno al XII secolo, quando il blu diventa un favorito assoluto, anche grazie a nuovi sistemi di produzione. Non è più indispensabile, infatti, utilizzare il costosissimo lapislazzulo per creare il colore (il famoso blu oltremare, laddove oltremare sta a indicare le lontane terre da cui proviene, non la sfumatura), né, per la tintura degli indumenti, si utilizza più soltanto l’indaco, altro prodotto caro e difficile da trovare, ma si scopre il guado, una pianta diffusa in tutta Europa, che fa la fortuna di città come Erfurt.

Il cambiamento culturale si capisce facilmente dal fatto che il mantello della Madonna, tradizionalmente dipinto in bianco, violetto o bruno, a partire dal 1100 diventa ovunque di un bel blu chiaro, assumendo quindi una simbologia di purezza.

Annunciazione di Simone Martini, 1333

Di questa trasformazione, che coinvolge cultura, gusto, sviluppo del commercio e contesto sociale, ha parlato lo storico Michel Pastoureau in uno dei suoi appassionanti libri dedicati proprio ai colori. Blu, storia di un colore, è uscito nel 2000, ed è una lettura irrinunciabile per chi abbia voglia di capire qualcosa su quello che abbiamo sotto gli occhi e su come ci appaia.

Ignorato oppure confuso con il verde fino al 1100: questo significa che gli antichi, a parte gli egizi, non avevano gli strumenti per vedere il blu? E anche, non avere una parola per identificare un colore significa davvero non vederlo?

Il ricercatore Jules Davidoff si è appassionato alla questione ed è andato in Namibia, dalla tribù degli Himba, che hanno moltissime parole per indicare le varie sfumature di verde e nessuna per il blu. Messi davanti a un circolo composto da undici quadrati verdi e uno blu, in stragrande maggioranza gli Himba non sono riusciti a indicare quale fosse quello differente. D’altro canto, con un circolo di quadrati verdi in cui uno solo fosse di una tinta appena diversa, riuscivano subito a identificarlo.

Secondo Davidoff, insomma, prima che il blu diventasse qualcosa di comune, gli esseri umani forse lo vedevano, ma senza esserne consapevoli.

“Una mattina,” scrisse Renoir, “siccome uno di noi era senza nero, si servì del blu. Era nato l’impressionismo.”

Impression, soleil levant, Claude Monet, 1872
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