Questa è la storia di un ragazzo italiano, una storia in apparenza come tante. È la storia di una malattia e di una grande, bellissima, menzogna.

Inizia un giorno imprecisato di dicembre del 1937, a Roma.
Il ragazzo si chiama Adriano Ossicini, è nato nel 1920 e quindi, nell’anno in cui inizia la nostra storia, è un ragazzino appena diciassettenne. Ma è anche un bravo ragazzo e uno studente molto in gamba.

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Adriano Ossicini negli anni Cinquanta

In quel dicembre del ’37 si presenta all’ospedale Fatebenefratelli di Roma come volontario e prende subito servizio. Qui incontra il primario, ovvero il dottor Giovanni Borromeo e, molto probabilmente, inizia a considerarlo come una figura paterna.

Giovanni Borromeo è un giovane medico molto carismatico. È stato nominato primario del Fatebenefratelli solo tre anni prima, cioè nel 1934, e in questi tre anni ha trasformato l’antico Nosocomio nel più efficiente e moderno ospedale di Roma.
Il giovane Adriano lo ammira da lontano, con modestia, mentre svolge il suo servizio di volontariato. E nei corridoi sente le storie che lo riguardano. Dicono che Borromeo sia un grande medico. Si è laureato a soli 22 anni con 110 e lode e Premio Girolami. E di anni ne aveva solo 31 quando ha vinto il concorso degli Ospedali Riuniti di Roma per un incarico da Primario Medico. Avrebbe potuto essere ancora più in alto, dicono tutti, se negli anni Venti non avesse rifiutato di prendere la tessera del Partito Nazionale Fascista e questo non avesse limitato le sue possibilità di carriera.

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Giovanni Borromeo negli anni Cinquanta

Quando Adriano Ossicini compie 18 anni, ha già deciso che diventerà medico. Ma questi sono anni difficili per studiare e basta, anni in cui un ragazzo sveglio come lui sente anche il dovere di guardarsi attorno.
Nell’aprile del 1938, Ossicini è già schedato come sospetto sovversivo. A ottobre viene fermato per la distribuzione di alcuni volantini antifascisti, poi subito rilasciato.

Due anni dopo scoppia la guerra. Ossicini ormai ventenne ottiene il rinvio dell’arruolamento in quanto studente. Nel frattempo inizia svolgere piena attività antifascista.
Il 18 maggio 1943, viene arrestato dopo una retata e finisce in carcere. Durante la detenzione viene torturato per alcuni giorni, ma non fa nomi, non dice niente. Si limita ad ammettere di aver espresso critiche alle leggi razziali, trovandole in contrasto con la dottrina cristiana.
Vista la sua partecipazione a gruppi cattolici e la sua forte fede, il Vaticano intercede in suo favore. La sua liberazione, gli dicono, può essere immediata, a condizione che presenti domanda di grazia. Ossicini rifiuta. Ma in realtà sta solo andando a vedere un bluff, perché non ci sono prove del suo coinvolgimento nella lotta antifascista. Dopo due mesi di carcere e angherie, viene rilasciato, in attesa di essere condannato al confino.

Così Ossicini continua la sua attività da partigiano, ormai impugnando le armi in segreto. Nel frattempo, continua anche a lavorare al Fatebenefratelli, un po’ nelle corsie e un po’ nei sotterranei, dove insieme al primario Borromeo, al giovane praticante Vittorio Sacerdoti e all’allora priore polacco Fra Maurizio Bialek, crea una radio ricetrasmittente clandestina in continuo contatto con i partigiani laziali.

Dopo l’8 settembre, a Roma si è già sparsa la voce: c’è un gruppo di medici del Fatebenefratelli che presta cure ai partigiani. È un’attività segreta, naturalmente, ma la voce si sparge dove è giusto che si sparga, fino a raggiungere i partigiani alla macchia che, se vengono feriti, ora sanno dove andare.

Poi arriva ottobre. Il 16 ottobre 1943.
Tra le 5.30 e le 14.00 di quel sabato (che passerà alla storia come Sabato nero), le truppe tedesche della Gestapo entrano nel ghetto, in Via del Portico d’Ottavia e nelle strade vicine, ma anche in altre differenti zone della città, e danno il via a un rastrellamento che coinvolge 1259 persone, di cui 689 donne, 363 uomini e 207 tra bambini e bambine.
La gran parte, per l’esattezza 1023, sarà deportata direttamente ad Auschwitz.

Alcuni però riescono a fuggire. Non sappiamo bene quanti, ma pare siano oltre il centinaio. E tutti arrivano al Fatebenefratelli, a chiedere aiuto.

 

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Il Fatebenefratelli nel 1943

Il dottor Borromeo li ricovera per direttissima. Poi chiama Ossicini e Sacerdoti. I tre passano le ore successive a falsificare cartelle cliniche. La diagnosi è la stessa per tutti: Morbo di K.
Quando, verso sera, arrivano i nazisti, i tre medici li accolgono con le mascherine. C’è un’epidemia gravissima di Morbo di K, dicono. Si accomodino pure, dicono, entrino pure e verifichino i nomi dei pazienti. Sono tutti affetti da questo morbo, dicono, che è una malattia terribile e contagiosissima.
Il realtà è una malattia inventata di sana pianta, chiamata Morbo di K in omaggio, per così dire, agli ufficiali nazisti Kesselring e Kappler.
Le SS temono comunque il contagio e non fanno irruzione nel reparto di isolamento.

E basta. Questo è tutto. La nostra storia finisce qui.
È una delle tante, lo sapete, ma è una bella storia e noi ve l’abbiamo raccontata con piacere.

L’ospedale Fatebenefratelli di Roma ha ricevuto solo lo scorso anno il titolo di ‘Casa di Vita’ dalla Fondazione internazionale Raoul Wallenberg, per aver salvato quel centinaio di ebrei durante le persecuzioni naziste.
Il primario Giovanni Borromeo è morto il 24 agosto 1961 nel suo ospedale all’Isola Tiberina.
Il nostro Adriano Ossicini, invece, è diventato psichiatra e docente universitario, nonché senatore.

Oggi ha 96 anni e noi gli auguriamo un buon 25 aprile.

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Adriano Ossicini oggi
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