È un giorno qualunque del 1962 nella città giapponese di Tamana. A casa sua, il signor Shizo Kanakuri, professore di geografia, sente squillare il telefono e va a rispondere, senza sapere quello che sta per capitargli.

«Signor Kanakuri, mi chiamo Oscar Soderlund, sono un giornalista svedese. È proprio lei?»
«Beh, direi di sì. Cosa posso fare per lei?»
«Vorrei venire a trovarla per intervistarla.»
«Ma perché?»
«Perché l’intera Svezia vorrebbe sapere cos’è successo il 14 luglio del 1912. Lei se lo ricorda, vero?»

Che cosa avrà pensato, il signor Shizo Kanakuri in quel momento? Sarà stata una sorpresa, per lui, sapere che in tanti lo ricordavano ancora? Oppure a distanza di cinquant’anni avrà fatto di tutto per non ripensare a quella vecchia storia? Qualunque emozione abbia provato in quel momento, è grazie alla sua sincerità, insieme all’ostinazione di Oscar Soderlund, se oggi possiamo raccontarvi una nuova straordinaria storia.

Nel 1912, Shizo Kanakuri ha ventun anni ed è un atleta piuttosto promettente, un corridore; all’epoca il record mondiale della maratona è di due ore, trentadue minuti e quarantacinque secondi, e appartiene proprio a lui.

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L’anno è quello delle Olimpiadi di Stoccolma, ed è la prima volta che il Giappone prevede di partecipare; nonostante un certo disinteresse generale per lo sport, il paese ha ricevuto l’invito ufficiale nientemeno che dal barone de Coubertin, e ha tutte le intenzioni di onorarlo.
Shizo Kanakuri e Yahiko Mishima, un altro corridore, sono gli unici selezionati, e grazie a una colletta promossa dall’Istituto Magistrale di Tokyo, dove studiano, possono partire. La cifra raccolta è impressionante: duemila yen, l’equivalente di circa 154000 euro attuali. Il garante è nientemeno che Jigoro Kano, preside della scuola nonché padre fondatore del judo.
Il viaggio verso la Svezia include il treno, la nave fino a Vladivostock e poi diciotto giorni di Transiberiana; una traversata abbastanza sfiancante, che si unisce al senso di pressione provato dai due giovani atleti.

Sia Kanakuri che Mishima vengono eliminati alle batterie dei cento e duecento metri, ma l’attesa è tutta rivolta alla competizione finale, quella vera, il simbolo delle Olimpiadi: la maratona.
All’epoca il percorso è un po’ più breve rispetto a oggi: 40,2 chilometri invece che 42, ma le regole sono più rigide, e non sono previsti punti di ristoro per gli atleti. Il 14 luglio 1912, giorno della gara, a Stoccolma ci sono 32 incredibili gradi di sole cocente.

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Uno degli atleti partecipanti, il portoghese Francisco Làzaro, per evitare di scottarsi si cosparge il corpo di cera, senza sapere che la sostanza impedirà la traspirazione normale e provocherà una grave disidratazione. Verrà trovato dai compagni di squadra al ventinovesimo chilometro, privo di sensi, e morirà il giorno successivo; è il primo atleta a perdere la vita durante un evento olimpico.

Francisco Làzaro

Nonostante il caldo tremendo, Shizo Kanakuri parte veloce e rimane in testa fino al trentesimo chilometro, insieme al sudafricano McArthur.

«E poi che successe, signor Kanakuri?»
«Eh. E poi. Tutto quel caldo. La sete che avevo.»

E poi Shizo Kanakuri sospira. Ripercorrere eventi remoti non è facile in circostanze normali, lo è ancora di più quando c’è qualcosa, dentro, che si è nascosto per tutto il tempo.

«Ero in difficoltà, McArthur correva e non riuscivo a tenere il suo passo. Ero stremato. Mi guardai attorno, finché una signora che guardava la gara dal giardino di casa sua, ai bordi del percorso, attirò la mia attenzione e mi fece cenno di andare verso di lei. Aveva un bicchiere pieno in mano, me lo offrì, doveva essere succo di lampone. Ne bevvi cinque.»

Ed è qui che le sue tracce si perdono.

Kenneth McArthur

McArthur taglia il traguardo con un tempo abbastanza buono, ma non paragonabile al record mondiale. Tutti gli altri arrivano, stremati dal caldo e dalla corsa. Tutti tranne uno. Dov’è andato a finire Shizo Kanakuri? Sarà mica svenuto anche lui, come il povero Làzaro? La polizia lo cerca lungo il percorso, gli altri atleti si preoccupano. Lo cerano per giorni. Diramano comunicati. Ma niente, non trovano assolutamente niente.
Da questo momento, per la Svezia, Shizo Kanakuri è ufficialmente una persona scomparsa.

Passano gli anni, due guerre mondiali, e il caso resta archiviato così. Per la Svezia Kanakuri è il maratoneta scomparso nel bel mezzo di una gara.
Fino al giorno qualunque del 1962, quando il giornalista Oscar Soderlund fa l’unica cosa che nessuno svedese, fino a quel momento, aveva provato: chiamare casa Kanakuri, in Giappone.

«E poi, signor Kanakuri?»
Quello che succede dopo, Shizo Kanakuri lo racconta per la prima volta dopo cinquant’anni, con un imbarazzo che possiamo solo immaginare.
Perché il giovane giapponese, l’atleta per cui è stata fatta una colletta milionaria, per cui si è speso il padre fondatore del judo, proprio lui – quel giorno a Stoccolma – fa una cosa incredibile.
La spettatrice che gli ha offerto il succo di lampone lo vede stanco e provato, e lo invita a riposarsi un poco a casa sua, al fresco. Shizo Kanakuri dovrebbe rifiutare l’invito e correre via, e lo sa bene; il valore simbolico della maratona, il Giappone che lo guarda, il record mondiale.
Invece accetta, e si siede sul divano della gentile svedese. La penombra, il fresco.
Si appoggia solo un minuto, dice a se stesso, solo un minuto.

Quando si risveglia, nel buio della sera, Shizo Kanakuri pensa probabilmente ad alcune cose: la prima, che la maratona è finita da ore. La seconda, che la sua ospite sarà stata anche molto gentile, ma non doveva essere il più grande fulmine di guerra della Svezia. La terza non è quasi certamente riferibile.

«E che cosa ha fatto a quel punto, signor Kanakuri?»
«E cosa potevo fare? Ho preso e sono scappato via dalla Svezia.»
«Ma non sapeva che la polizia la stava cercando?»
«Io volevo solo nascondermi. E tornare a casa mia.»

La cosa paradossale di tutta questa storia è che Shizo Kanakuri ricompare ancora, qua e là, nella storia olimpica; partecipa alle Olimpiadi di Anversa del 1920, arrivando sedicesimo, e a quelle di Parigi del 1924, dove non finisce la gara.
Per tutti, però, per cinquant’anni rimarrà famoso come il maratoneta scomparso.

Fino al finale inatteso, che regala a Shizo Kanakuri un ulteriore record mondiale.

Nel 1967, infatti, il telefono suona di nuovo a casa sua.
«Signor Kanakuri? La chiamiamo da Stoccolma.»
«Di nuovo? Vi ho già raccontato tutto.»
«Aspetti, la chiamiamo solo per invitarla a fare una cosa.»
«Invitarmi?»
«Vorrebbe concludere la maratona?»

«In che senso, concludere?»
«La facciamo ripartire da dove si è fermato. Così potrà tagliare il traguardo. Che ne dice? Accetta?»
«E va bene. Ma niente succo di lampone, eh.»

Ed eccolo, il nuovo record mondiale di Shizo Kanakuri: quello della maratona più lunga del mondo, conclusa con il tempo incredibile e irripetibile di 54 anni, 8 mesi, 6 giorni, 5 ore, 32 minuti, 20 secondi e 3 decimi.

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