Scozia, 1883. Da qualche parte nella brughiera nasce un bambino. Il suo nome è Furguson, Arthur Furguson, e la sua vita sembra essere destinata al fallimento.
Della sua famiglia non sappiamo niente e quasi niente sappiamo della sua giovinezza. Sappiamo però che il giovane Arthur vuole fare l’attore, così come sappiamo che la sua carriera non riesce a decollare.
Eppure ha talento, è un bell’uomo, ha fascino e carisma. Il problema è semmai che il suo talento sembra minacciato da un grosso difetto, qualcosa che per un artista da palcoscenico – specie in quei tempi – poteva ostacolare seriamente una carriera: è intelligente. Arthur è un po’ troppo intelligente.

L’ingegno – si sa – può essere un’arma a doppio taglio. Il povero Arthur studia le persone, le capisce al volo, ne anticipa le mosse. Ma è troppo riflessivo. E forse troppo onesto per riuscire a farsi strada in un mondo di scambi di favori e servilismo. Così arriverà a compiere quarant’anni senza aver raggiunto neanche l’ombra del successo che meritava. E per questo, supponiamo, arriverà a maledirsi.
A quarant’anni Arthur Furguson va ufficialmente in pensione. Rinuncia, molla tutto, si ritira dalle scene per entrare nell’anonimato degli artisti falliti.
Possiamo immaginarlo mentre fa la scelta più importante della sua vita e qualcosa scatta in lui. Sono certo che riuscirete a figurarvelo anche voi, mentre decide di ribaltare il suo destino da fallito. Di rivoltarlo, in un certo senso, come un guanto.

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Arthur Furguson

La sua leggenda inizia nel 1923, a Trafalgar Square.
Nella piazza c’è un turista americano che sta visitando Londra e si è fermato ad ammirare la colonna di Nelson, il monumento dedicato all’ammiraglio caduto nel 1805 nella battaglia di Trafalgar.
Un uomo elegante e molto colto si avvicina al turista e inizia a parlargli del monumento. Il visitatore ne è affascinato. Lo sconosciuto ha una voce da attore e il turista è rapito dalla storia di quell’opera architettonica e del suo significato per il Paese. È una colonna in stile corinzio, gli spiega l’uomo, alta 51,59 metri, con quattro leoni bronzei agli angoli del piedistallo e la statua dell’Ammiraglio collocata sul capitello.
Il turista è un uomo evidentemente molto ricco. Lo si capisce dagli abiti, dal portamento. Lo sconosciuto gli parla con grande trasporto. Nel suo racconto ci sono colori, aneddoti, dettagli tecnici, ma c’è anche una nota di tristezza, che lo sconosciuto fa sentire con chiarezza a un certo punto, quando scuote la testa e sospira.
L’americano gli chiede spiegazioni, ma lo sconosciuto scuote ancora la testa e dice che c’è qualcosa di cui non può ancora parlare: un segreto che presto verrà divulgato, ma che sarebbe ancora prematuro rivelare.
L’americano lo incalza e alla fine lo sconosciuto cede. Riferisce che l’Inghilterra naviga in brutte, bruttissime acque, e che per questo motivo quel monumento straordinario dovrà essere venduto a un privato.
Il turista gli chiede come faccia lui a saperlo e così lo sconosciuto gli tende la mano, gliela stringe e si presenta. «Mi chiamo Furguson, gli dice. Arthur Furguson. E sono il funzionario governativo incaricato di trovare un acquirente per questo straordinario monumento».

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Trafalgar Square in quegli anni

L’americano sgrana gli occhi, fa domande. Intuisce di essere davanti a un possibile affare. Furguson gli fa capire che, chiunque acquisterà la colonna, potrà smantellare il monumento e portarselo dove vuole. L’americano immagina il proprio ritorno trionfale negli Stati Uniti con un pezzo di storia inglese, e gli offre un assegno di 6.000 sterline come anticipo.

Furguson tentenna, finge di pensarci su. Poi gli dice che sarebbe felice di accettare e incassa l’assegno a nome di una nazione riconoscente.

So a cosa state pensando.
E sono d’accordo con voi: è molto facile che la famosa scena del film con Totò fosse ispirata alla truffa di Furguson a Trafalgar Square. È una delle truffe del secolo e verrà raccontata per decenni. È un capolavoro di psicologia e arte drammatica, che fa ridere molto e, nel contempo, contiene rivelazioni umoristiche sull’ignoranza dei ricchi e l’ingegno dei poveri: qualcosa di perfetto per l’arte di Totò.

Quello che non so è quanto la truffa di Furguson fosse premeditata. È possibile che la cosa sia nata come uno scherzo. Forse Furguson aveva avvicinato quel ricco signore sperando di fare semplicemente amicizia con qualcuno che potesse fargli da mecenate o solo regalargli qualcosa e, chissà, forse parlandoci ha visto in lui l’ignoranza del ricco, il suo senso di onnipotenza, e ha deciso di cavalcare la cecità dell’imprenditore per guadagnarsi il pane con il suo lavoro: recitare una parte e farsi pagare in cambio di un sogno.
Quello che invece so è che la cosa funziona. Ragion per cui, è solo l’inizio.

Quella estate Furguson vende il Big Ben con un anticipo di 1.000 sterline e si intasca altre 2.000 sterline come acconto per Buckingham Palace da altri turisti creduloni.
Quando le denunce per queste truffe arrivano una dopo l’altra, Scotland Yard apre un fascicolo su di lui.

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A questo punto Furguson lascia Londra per Parigi, dove vende la Tour Eiffel a un altro americano.
Dopo questa ennesima prova, capisce che gli americani sono il suo futuro.
Così parte per la Terra delle Opportunità.

Nel 1925 affitta (sic) la Casa Bianca a un allevatore di bestiame texano con un contratto vincolante della durata di 99 anni, a 100.000 dollari all’anno, con l’affitto del primo anno pagato – ovviamente – in anticipo. Dopodiché decide di non sfidare ancora la fortuna e che è arrivato il momento di andare in pensione.
Ma è un artista, e non resiste: vuole, deve uscire di scena con un gran finale.
Sarà questo il suo errore.

Va a New York e aspetta per settimane, fino a che trova il suo uomo. È un australiano, sbarcato in America per fare affari.
Arthur Furguson gli racconta che l’ingresso al porto newyorkese dev’essere ampliato e che la Statua della Libertà sarà per questo venduta e rimossa, in modo da garantire sia lo spazio necessario che il denaro da destinare ai lavori. La marcia del progresso non può essere interrotta da una scultura che non serve a niente, gli dice.
L’australiano gli chiede tempo per procurarsi la somma necessaria. Furguson glielo concede. Ed è qui che commette il suo unico errore: permette all’australiano di farsi fotografare con lui.

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Sospettoso, l’australiano porta la foto alla polizia, che la trasmette direttamente all’FBI.
Al Bureau non aspettavano altro: sono sulla pista del truffatore da mesi e questa foto permette finalmente un’identificazione. Furguson viene arrestato alla fine del 1925. Resterà in galera per cinque anni.

Le sue truffe sono finite, ma la sua parabola non può finire senza un lieto fine.
Sì, perché Furguson si fa i cinque anni senza perdere né il sorriso fascinoso, né (soprattutto) un centesimo della sua fortuna.
Quando esce di prigione, nel 1930, probabilmente è quasi contento di aver scontato la pena, dato che può considerare quei cinque anni un piccolo prezzo pagato per non essere più ricercato e poter vivere nel lusso, a Los Angeles, in una bella villa, dove resta fino alla morte, nel 1938.

E così si conclude la sua vita. Non però la sua leggenda.
Perché – come ho detto – Arthur Furguson era un artista, e non poteva uscire di scena senza un vero (e perfetto) gran finale.

Per quasi un secolo il suo nome sarà ricordato da storici e biografi, ispirando letteratura e cinema. La sua leggenda ha un’esplosione alla fine degli anni Sessanta e cresce ancora per decenni, confermata dalle foto che avete visto anche qui, senza dubbi su date, luoghi, cifre incassate.
Fino a che, nel 2007, per scrivere un libro su di lui, un autore scozzese di nome Dave Love si mette in cerca dei documenti che confermino la leggenda.

E non ne trova nessuno.
Non c’è nessuna traccia dell’arresto del truffatore negli archivi. Nessun processo a New York in quegli anni per quel genere di truffa. Nessun detenuto nelle carceri di New York che possa corrispondere al profilo di Furguson. Non c’è neanche traccia della sua tomba a Los Angeles.
Niente. Di niente.

Chi è l’uomo in quelle foto? Da dove è nata la leggenda del grande truffatore che vendeva monumenti ai ricchi creduloni?
Non lo sappiamo, in verità. Non lo sa nessuno. Ci tocca restare così, proprio come le vittime di un raggiro ben riuscito: ci tocca restare con un pugno di mosche e la consapevolezza di aver vissuto nient’altro che qualche attimo di sogno.
Ma è il finale perfetto per la storia del truffatore perfetto: sapere – dopo quasi un secolo di certezza – che la più grande frode di Arthur Furguson è la possibilità che Furguson stesso non sia mai esistito.

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