Come avrete notato, nei mesi passati l’Archivio Roncacci si è preso una pausa, per niente vacanziera quanto colma di scritture indefesse e piani molto ambiziosi (uno dei quali è appena uscito in libreria, a opera dell’archivista Paolacci).
In questi mesi passati a capo chino e dita sulle tastiere ci siamo imbattuti in parecchie storie; alcune le abbiamo conservate per i nostri progetti, che speriamo di potervi presto svelare. Altre ce le teniamo per raccontarle qui, come sempre.

Una delle più incredibili di tutte comincia negli ultimi giorni di novembre del 2010, e ha un involontario protagonista che pare uscito da un film giallo degli anni Settanta. Si chiama J. R. Blythe, ed è un uomo che nella sua vita ne ha viste tante; del resto, non è che diventi capo della polizia di Washington senza mai macchiarti i polsini della camicia. La sola immagine reperibile di lui in rete ci mostra un faccione illuminato da occhi chiari, un’aria schietta, un nasone simpatico, molti menti morbidi. È veramente una figura classica: lo sceriffo buono con la grande pancia e il cuore d’oro.
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Comincia come una faccenda banale: un principio d’incendio al George Washington Hotel. Blythe viene chiamato insieme ai suoi uomini e ai vigili del fuoco. Nessun ferito grave, solo parecchie persone che hanno inalato i fumi e richiedono cure.
D’accordo con i pompieri, J. R. Blyhte fa evacuare l’edificio, poi esegue un controllo di routine per essere sicuro che nell’hotel non sia rimasto più nessuno; è una persona scrupolosa, il Chief, e ha una lunga esperienza.
Tutto procede come da manuale. Poi le cose cambiano.
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Perché i poliziotti arrivano alla stanza 405.

Se questa storia fosse un film, possiamo immaginare che a questo punto la macchina da presa seguirebbe il faccione buono di Blyhte e il cambiamento graduale della sua espressione, fino a fargli dire qualcosa del tipo: “Oh mio Dio. Chiamate subito la Omicidi”.

La scena che si presenta davanti agli occhi di polizia e pompieri è di quelle che non si dimenticano, nemmeno per i veterani del crimine: c’è sangue sul pavimento, sul materasso, sui cuscini. Ci sono bottiglie vuote buttate qua e là.
Soprattutto, al centro del letto è visibile quello che ha tutta l’aria di essere un pezzo di scalpo, con dei capelli attaccati sopra.
Una scena, insomma, in grado di far sembrare l’Overlook Hotel un innocuo B&B di campagna.
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Insieme agli investigatori arrivano i giornalisti, ai quali J. R. Blythe rilascia una dichiarazione stentorea e orripilata: “Questa è la scena del crimine più orrenda che io abbia mai visto nei miei trentacinque anni di servizio”. E non è tutto, salta fuori che ci sono anche dei precedenti, che rendono il tutto più inquietante; il George Washington Hotel, che ha visto passare negli anni anche personaggi del calibro dei presidenti Truman e Kennedy, ha una fama sinistra. Dal 1923, anno della sua nascita, è stato scenario di ben dodici morti, e sono in molti a parlare di fantasmi e infestazioni demoniache.
Gli investigatori si mettono subito al lavoro, che pare lungo e complicato. Dopo otto ore sono ancora lì.
Chief Blythe, che avrebbe dovuto staccare un bel po’ di tempo prima, rimane al suo posto di guardia e lascia spazio agli specialisti; probabilmente se ne sta in un angolo e scuote il capo, tra riflessioni complicate sul male e una voglia sempre più forte di pensione.
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Quando arriva il proprietario, tale Kyrk Pyros, è lui a fermarlo sulla soglia, e a informarlo con tono molto serio di quello che è successo.
Possiamo immaginare il fastidio di Blythe, quando il tizio gli ride in faccia.
“Signore”, gli dice. “Non lo trovo affatto divertente”.
Kyrk Pyros, a questo punto, probabilmente scuote la testa. Posa una mano sul braccio del Chief, quasi a consolarlo: “Ehm, da quant’è che siete qui?”
“Almeno otto ore”.
“No, è che. Cioè, non so come dirvelo. Vede signore, il fatto è che la stanza 405. Come dire. È un set”.

MV5BMzA2MzAwMzUxM15BMl5BanBnXkFtZTgwMzg5MjA2MDE@._V1_UY268_CR9,0,182,268_AL_Un set. La scena del crimine, che gli investigatori stavano esplorando palmo a palmo da otto ore, altro non era che un set cinematografico, utilizzato per un film intitolato New Terminal Hotel.
Il regista, tale BC Furtney, ha diretto altri lavori dai titoli piuttosto suggestivi: Fangoria: Blood Drive I e II, Werewolf Rising e, a quanto pare, un documentario uscito quest’anno che si direbbe interessante: Trumpocalypse Now!

Le scene di New Terminal Hotel, un horror molto splatter incentrato sui tormenti di un giovane alla ricerca di vendetta per la morte della sua fidanzata, sono state girate nel 2008, due anni prima del ritrovamento. Il film, rieditato nel 2013 con il titolo Do not disturb, è uscito nel marzo del 2010; come spiegato dal proprietario agli investigatori, la stanza era stata lasciata esattamente come alla fine delle riprese, nel caso avessero dovuto girare di nuovo altre scene.DISTURB-001

La storia, uscita sul “Daily Mail” e poi su molti altri siti di informazione inglesi, parrebbe talmente incredibile da sembrare falsa, e infatti qualche commentatore si è insospettito sul nome bizzarro del proprietario, troppo didascalico per essere vero (Pyros, in greco, significa proprio fuoco). Anche i tempi sono un tantino sospetti, e potrebbero far pensare a un tentativo di far parlare del film, uscito qualche mese prima del ritrovamento e non esattamente un successo ai botteghini.

Leggenda metropolitana? Tentativo pubblicitario? Noi di Archvio Roncacci non ve lo sappiamo dire, se davvero una squadra di investigatori sia riuscita a passare otto ore a studiare una scena del crimine senza accorgersi che era un set cinematografico. Ci è parsa però una storia talmente verosimile che un po’ ci speriamo, che sia successa davvero così.
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